Sentire classico, vivere Pompeii Theatrum Mundi
Nona edizione della rassegna POMPEII THEATRUM MUNDI 2026 un progetto del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei - dal 18 giugno al 12 luglio 2026 al Teatro Grande del Sito di Pompei
Servizio di Rita Felerico
Le parole del Sindaco Gaetano Manfredi hanno sottolineato il valore della classicità, un valore di sempre del classico e del teatro, che possiede non solo peso culturale ma politico, e l’alleanza con Pompei è una alleanza speciale, dice, che offre la possibilità di un’ampia fruizione dei siti archeologici. Il sostegno della città al suo teatro sarà sempre presente e nel tempo più incisiva, dando pieno vigore alla coesione istituzionale che si è creata per sostenere il Festival. Una coesione e una armonia di intenti sui quali ha puntato anche la testimonianza dell’assessore alla Cultura della Regione Ninni Cutaia non straniero alla storia del Mercadante e della cultura a Napoli. Ha prospettato anche un possibile, più incisivo impegno economico da parte della Regione che potrà portare anche ad un maggior numero di repliche, un impegno che si lega anche – secondo la testimonianza in video di Mollicone – alla Legge 40 del 2026, agli eventi di Italia in scena.
Le Baccanti sono
l’epopea di gente che fugge, al centro c’è Dioniso, il dio non riconosciuto, l’Alcesti
è il ritorno delle donne dall’orrore della guerra, I Persiani dicono
dell’arroganza del potere, dell’incapacità di assumere con dignità la
sconfitta. E come sottolineato da Gabriel
Zuchtriegel classico non è solo pensare e riflettere sulla democrazia
e sulla civitas, ma sulla tragedia della democrazia, sui riti
disconosciuti. Il tema è sempre uguale:
chi siamo e perché siamo qua? Il teatro del V° sec presente in larga misura in
questa edizione del festival narra di avvenimenti che riportano alla mente del
Direttore del sito archeologico più famoso al mondo una frase di Sallustio: queste
cose non sono mai accadute, ma sono sempre.
Programma____________________________________________________
18 > 20 giugno | ore 21.00 PRIMA ASSOLUTA
LE BACCANTI di Euripide
- regia Theodoros Terzopoulos
26 > 27 giugno | ore 21.00 ANTEPRIMA
NAZIONALE
L.A.V.A. coreografia,
concept, luce, suono e set
Emio Greco | Pieter C. Scholten e Roberto
Zappalà
una produzione Ick Dans Amsterdam
Scenario Pubblico
Compagnia Zappalà Danza
3 > 5 luglio | ore 20.00
ALCESTI di Euripide
regia Filippo Dini
una produzione Inda – Istituto
Nazionale del Dramma Antico, Teatro Stabile del Veneto
10 > 12 luglio | ore 20.00
I PERSIANI di Eschilo regia
Àlex Ollè
una produzione Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico
Singole schede____________________________________________________
«Baccanti è una tragedia emblematica per
la mia visione teatrale, dichiara il regista. È di estrema importanza proporre
Baccanti in questo momento, laddove Dioniso incarna l’archetipo del rifugiato,
partito da Tmolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente,
per finire, oggi, nel mar
Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa. Il suo tragitto ci ricorda che
l’arte del teatro è un viaggio infinito, percorso da persone in fuga, in
continua trasformazione, che il Male si può mascherare da Merito e viceversa, e
che l’enigma della morte racchiude una prospettiva di vita; ci ricorda che la
Parola è Terra, che la Conoscenza è Consapevolezza, la Passione è Negazione e
l’Armonia è la sua Contraddizione. Dioniso sale sul palco e ci invita a
rompere, insieme, lo specchio del narcisismo, lasciando che i suoi frammenti diano
vita a una nuova immagine. Torna da noi come uno straniero e ci invita a
sacrificare il nostro corpo sull’altare dell’Ignoto e del Trascendente. In
tempi difficili, come i nostri, mentre il faro del teatro continua a illuminare
se stesso, Dioniso ci invita a illuminare il futuro con la luce della vita, e
ricostruirci, insieme, come Mito».
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26 e 27 giugno|
ore 21.00 | anteprima nazionale
L.A.V.A.
coreografia,
concept, luce, suono e set:
Emio
Greco | Pieter C. Scholten | Roberto Zappalà
con Danzatori
ICK Dans Amsterdam | Danzatori
Compagnia Zappalà Danza
musica e sound
design Salvador Breed
costumi Clifford Portier
produzione ICK Dans Amsterdam e Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza
co-produzione Teatro Stabile di Catania
in collaborazione con Meervaart Theater Amsterdam, Julidans Festival,
Teatro
di Napoli – Teatro Nazionale
Presentata qui in una versione
site-specific unica, la performance si sviluppa in dialogo diretto con il
paesaggio storico, dove l’incontro tra due universi coreografici acquista
un’ulteriore intensità fisica.
L.A.V.A. traccia un sottile parallelismo tra le
forze geologiche e gli impulsi umani. Così come il magma si accumula sotto la
terra prima di trovare una linea di frattura, anche nei corpi e nelle società
le tensioni si addensano. Il titolo evoca inoltre un ciclo: lotta, avversione, vuoto, astrazione
– una traiettoria che conduce dalla pressione e dal conflitto verso la
trasformazione.
Ciò che prende forma è un viaggio
intensamente fisico e sonoro attraverso un paesaggio di tensione, resistenza e
flussi sotterranei. All’interno di uno spazio performativo condiviso, linguaggi
di movimento contrastanti si scontrano per liberare nuove forme di danza -
grezze, stratificate e imprevedibili. I corpi si avvicinano, collidono e si
riaprono di nuovo. L’intensità non nasce dall’armonia, ma dall’attrito.
Possiamo sostenere la differenza - e iniziare a riconoscerla come terreno
fertile?
Il paesaggio sonoro di Salvador Breed agisce come una forza autonoma
all’interno della performance: un ambiente sonoro pulsante fatto di texture e
ritmi elettronici. Risonanze profonde spingono la danza in avanti, la
interrompono e la mantengono in uno stato di tensione costante.
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3, 4, 5 luglio
| ore 20.00
Il regista Filippo Dini mette in scena Alcesti, opera di Euripide che narra la storia di
Admeto, re di Fere in Tessaglia, al quale il dio Apollo concede di sfuggire
alla morte a condizione che qualcun altro si sacrifichi al suo posto. Quando
giunge il momento, solo sua moglie Alcesti accetta di morire per lui.
Nonostante l’intervento divino, la donna non può essere salvata e si avvia
consapevolmente al sacrificio, dopo aver ottenuto dal marito la promessa di non
sostituirla.
Dopo la morte di Alcesti, giunge a Fere
Eracle che, ignaro della tragedia, chiede ospitalità ad Admeto. Il re, pur nel
lutto, lo accoglie; ma quando l’eroe scopre la verità, decide di affrontare la
Morte e riportare Alcesti tra i vivi.
Admeto dopo essersi convinto decide di togliere il velo alla donna e
scoprire così che si tratta si sua moglie Alcesti, tornata dall’Ade, che dovrà
restare in silenzio per tre giorni prima di essere pienamente restituita del
tutto alla vita.
Nelle sue note di regia, Filippo Dini
dichiara: “Accostarsi ad Alcesti di Euripide fa paura, perché significa
accostarsi alla Morte. Ad una morte inaccettabile, forse la più inaccettabile
di tutte: la morte di una vittima sacrificale.
Al tempo stesso Alcesti è, per i
filosofi, la prima meditazione sulla morte nella storia dell’Occidente, quindi
una pratica di valorizzazione di tutto ciò che c’è di prezioso e sacro
nell’atto di vivere, proprio perché Alcesti è una “tragedia a lieto fine”.
Che di lieto in realtà conserva ben
poco. Come Hitchcock farà un paio di millenni dopo in Psyco, Euripide fa morire
la sua protagonista a metà del dramma. Alcesti muore e, in un certo senso, il
percorso tragico della nostra storia si conclude. L’arrivo di Eracle, così
goffo, così incerto, così grottesco, così fuori luogo e scandaloso, riapre in
modo tutto nuovo il racconto destabilizzandoci a tal punto che non siamo
nemmeno più sicuri di riconoscerla in quanto “tragedia”.
Alcesti fa paura perché su tutto, fin dal
principio, sopra a tutta questa portentosa e irresistibile macchina teatrale,
perfetta nella sua struttura, chiarissima e allo stesso tempo sfuggente,
incombe l’ombra di Ananke, la divinità che personifica il sistema di pensiero
della tragedia antica: il nodo del fato che nessuno può sciogliere, nemmeno gli
dei e che lega tutti a tutto.
Alcesti fa paura perché è la storia di una
donna che, spinta soltanto dalla furia beata del suo amore per il marito,
sceglie di morire al suo posto. E fa paura perché ritorna dall’Ade. Quattro
secoli prima di Cristo, una donna straordinaria si sacrifica per amore e
ritorna dalla morte. La donna che torna da laggiù non è quella che è partita,
ora questa Alcesti ha visto e fatto esperienza dell’orrore e della disperazione
oltre ogni limite, quella che si ricongiunge al marito è l’essere più sacro e
misterioso che si possa immaginare nella letteratura e nell’arte di tutti i
tempi.
Penso alla tragedia di Euripide e non posso non pensare, oggi, al percorso
della donna nella storia, dall’inizio dei tempi ad oggi, alla sua evoluzione,
alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro
dall’orrore e poter affrontare finalmente, l’oggetto del suo infinito amore”.
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I PERSIANI di Eschilo
traduzione Walter Lapini
con Anna Bonaiuto (Atossa), Giuseppe Sartori (Messaggero),
scena Alfons Flores, assistente Sarah Bernardy
musiche Josep Sanou
video Joan Rodon
Eschilo è stato spesso
lodato per la sua empatia, e la sua tragedia è stata interpretata come un atto
di grande umanità nel mostrare solidarietà con il dolore dei vinti. Senza
negare la solidarietà verso il dolore persiano, I
Persiani diventa
anche un atto politico: la democrazia greca si contrappone alla dittatura
persiana, mostrando la propria superiorità persino nel momento della sconfitta.
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Pompeii Theatrum Mundi non è
soltanto un festival. È un incontro. È un ritorno alla fonte. È la gioia di
riportare il teatro dove il teatro è nato.
Come Presidente del Teatro di
Napoli – Teatro Nazionale sento ogni anno un’emozione
speciale nel vedere il sipario ideale alzarsi al Teatro Grande di Pompei. In
questo luogo straordinario, dentro il sito archeologico più famoso del mondo,
il teatro non è un’ambientazione: è una
vocazione che si riaccende.
Aver costruito una stagione
regolare a Pompei sotto la guida dello Stabile di Napoli è un fatto storico.
Significa restituire continuità a uno spazio millenario, farlo tornare a essere
vivo, attraversato da artisti, spettatori, lingue e visioni. Significa mettere
in dialogo la memoria e il presente, senza retorica ma con passione e
responsabilità.
Questa esperienza si inserisce
in una visione più ampia: immaginare due grandi poli internazionali della
stagione italiana nei teatri antichi, in particolare in una sorta di
gemellaggio culturale con il Teatro Greco di Siracusa. Due luoghi simbolo del
Mediterraneo che, attraverso il teatro contemporaneo, parlano al mondo e
rafforzano il ruolo dell’Italia
come casa naturale della cultura classica che continua a reinventarsi.
Tutto questo è possibile anche
grazie alla collaborazione preziosa e intelligente con il Parco Archeologico di
Pompei e con il suo Direttore, Gabriel Zuchtriegel, con cui si è creato un
dialogo fondato su fiducia, visione comune e rispetto reciproco tra tutela e
creazione.
Il mio grazie va ai soci
fondatori del Teatro Nazionale di Napoli, Regione Campania, Comune di Napoli e
Città Metropolitana e al Ministero della Cultura, che sostengono con
convinzione questo progetto. Ringrazio
in particolare il Presidente della Regione Roberto Fico, l’Assessore alla
Cultura della Regione Ninni Cutaia, il Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e il
Ministro della Cultura Alessandro Giuli, per il sostegno e l’attenzione
costante verso un progetto che rappresenta un vero fiore all’occhiello
per il territorio e per il Paese.
Le ultime edizioni hanno
dimostrato quanto questo festival sia amato dal pubblico e riconosciuto dagli
artisti. Per questo il nostro desiderio è continuare a crescere con più
spettacoli, più giorni di programmazione, più occasioni di incontro.
Pompeii
Theatrum Mundi è prestigio, certo. Ma è soprattutto energia condivisa. È
comunità. È futuro che nasce dalla bellezza antica.
Ed è un privilegio, ogni anno, poterlo vivere insieme.
Un maestro della scena
come Theodoros Terzopoulos sceglie ancora una volta Le Baccanti e
dichiara che il viaggio di Dioniso segue lo stesso destino dell’arte del
teatro, “un viaggio infinito percorso da persone in fuga”. Per il regista greco
Dioniso rappresenta infatti l’archetipo del rifugiato che, partito da Tmolos
tremila anni fa, ha attraversato il Medio Oriente in guerra per approdare
infine sulle coste di Creta o di Lampedusa. Ma è anche il medium per un
viaggio nel paesaggio intricato della memoria, “una ricerca delle chiavi
perdute dell’unità fra il corpo e il linguaggio”, come diceva molto bene Heiner Müller.
Àlex Ollè dirige la
tragedia I Persiani e dice che metterla in scena oggi significa
parlare al nostro presente di “guerre, politica, potere e dolore collettivo”.
Il regista catalano sembra voler mostrare, attraverso la sua rilettura del
testo di Eschilo, come i popoli perdenti diventino esemplari nell’assumere con
dignità il peso della sconfitta e insieme l’errore fatale del potere di
pensarsi sempre invincibile.
Filippo Dini dedica la
sua lettura di Alcesti di Euripide al “percorso della donna nella
Storia”, alla sua capacità “di tornare indietro dall’orrore” per affrontare
finalmente “l’oggetto del suo infinito amore”.
Come vedete sono
tematiche di cui oggi sentiamo in pieno la risonanza ma su cui la drammaturgia
dei grandi scrittori classici rifletteva già nel V secolo.
Il quarto spettacolo di
questa nona edizione di Pompei Theatrum Mundi che si svolgerà dal 18 giugno al
12 luglio sarà L.A.V.A. di Emio Greco, Pieter C. Scholten e Roberto
Zappalà, una coproduzione internazionale che vede la collaborazione di grandi
voci della coreografia mondiale per un progetto che adopera la metafora della
lava come magma potente in cui si addensano, attraverso il sussulto della terra
(o nella danza, il movimento dei corpi), tensioni e fratture che affiorano in
modo imprevedibile e stratificato.
In un annus
horribilis come quello che stiamo vivendo, in cui si espande l’orrore della
guerra e il potere mostra il volto osceno di tiranni disposti a sacrificare
migliaia di vittime umane per realizzare assurdi disegni di dominio, tornare a
sedere sulle pietre di Pompei per ritrovare storie antiche in modo nuovo,
significa ancora una volta delegare all’arte del teatro un mandato essenziale:
circoscrivere uno spazio e un tempo in cui restare umani.
“La novità di quest'anno è che diamo la possibilità al pubblico degli spettacoli di essere anche esploratori di una parte dell'area archeologica di Pompei: in occasione delle serate di teatro apriamo il cosiddetto Foro triangolare, in prossimità del Teatro grande, dove si svolge Theatrum Mundi e dove era ubicato uno dei più antichi santuari della città antica, ovvero quello di Atena. Il sacro stava alla base delle società antiche, e non è possibile comprenderne l'evoluzione e le crisi senza contemplare anche questo aspetto della vita collettiva. Se l'ubicazione del tempio di Atena sulla roccia, lasciata a vista lungo il costone meridionale del santuario della dea a Pompei, può essere interpretata come un rimando alle acropoli greche, come quella di Atene, l'ubicazione del teatro sul pendio della "sacra roccia" evocava il teatro sul pendio meridionale dell'acropoli ateniese. Il programma di quest'anno attinge a tre grandi tragedie che sono andate in scena nel teatro di Atene durante il quinto secolo a.C. - Le Baccanti e l’Alcesti di Euripide e I Persiani di Eschilo - sottolineando anche in tal modo la stratificazione e la complessità del mondo antico: Pompei ci parla del mondo romano, ma anche della cultura greca, di arte e teatro, e di come ci viene tramandata dai romani. “



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