Al
Teatro Grande di Pompei dal 10 al12 luglio 2026
Servizio
di Rita
Felerico
“Chi è nato per
morire non deve far grande oltre misura la sua anima”; pronuncia queste
parole / verità Dario, ritornando dal buio dell’Ade, il grande amato re della Persia
prima di Serse, suo figlio a lui succeduto, e marito della Regina, Atossa,
madre delle madri, l’unica a vedere con un sogno premonitore la grande
sconfitta dell’impero persiano a Salamina, nella guerra contro i greci. Nel
sogno vi erano due donne, una vestita con abiti persiani e l’altra vestita alla
dorica. Bellissime, sorelle, nate dagli stessi genitori, dichiara Atossa, ma in
lotta, nemiche.
Eschilo già duemilacinquecento
anni fa con I Persiani – la tragedia che è alle radici del teatro
occidentale- ci parla del potere, della presunzione del potere, della violenza
del potere, ripiegato su se stesso e sulla erronea convinzione di essere invincibile,
un errore al quale gli uomini non riescono a sottrarsi.
Dopo Siracusa, I persiani
del regista catalano Alex Ollé approdano al Teatro Grande di Pompei,
accolta dal pubblico con calorosi applausi anche a scena aperta. Ollè incentra
il suo focus proprio su questa incapacità umana di leggere i propri limiti: “I
persiani racconta lo smarrimento di un popolo e dei suoi governanti di fronte
ad una sconfitta brutale e inaspettata, È la tragedia di chi deve fare i conti
con il presente e immaginare una sopravvivenza futura dopo aver commesso
l’errore fatale di credersi invincibile”.
E l’oggi c’è tutto,
Oriente e Occidente in un inesauribile contrasto, guerre, soprusi, l’immagine
di un potere sempre più lontano dalla vita, i grandi chiacchierano ma non
dialogano veramente ed anche i suggerimenti del Coro – i vecchi saggi custodi
di valori – passano e scivolano su falsi e bugiardi convincimenti, come quello
di perpetrare un dominio che si crede immutabile.
Del resto quel grande
tavolo che occupa con sfida e indispettita presenza la cavea lo dimostra,
quando si nominano i morti - i valorosi soldati, i valorosi re dei popoli di
Persia – i nomi vengono pronunciati fuori del tavolo. Perché per farli vivere
anche nella memoria occorre pronunciarli a gran voce, forte, lontano dalle
piccolezze.
Giuseppe Sartori – che ha donato al
pubblico una elevata prova attoriale - è il messaggero, colui che pur ferito
gravemente narra con dovizia di particolari della immane sconfitta, dei corpi
dilaniati dei morti, delle barche distrutte, degli agguati dei greci. Un angelo che porta notizie da un mondo ormai
irraggiungibile.
Serse, Massimo
Nicolini, è empaticamente nei panni di chi non ascoltando i suggerimenti
dei saggi e del padre vorrebbe continuare a combattere, a organizzare altre
guerre. In linea con una concezione del potere appiattisce ogni spirito di
umanità, come si vede alla fine, quando si siede con la regina-madre – felice
di non aver perso il figlio – a cenare su un lungo tavolo che non permette
dialogo.
Durante la cena irrompe
uno dei tre testimoni, le finestre sull’oggi, qui il grido e l’angoscia di una
madre dinanzi al perdurare delle guerre che uccidono i figli, le famiglie, le
gioie di una vita quotidiana.
Le testimonianze non
interrompono l’atmosfera della tragedia, piuttosto ne rafforzano il senso
ribaltando la nostra mente verso l’impotenza delle azioni, politiche e sociali.
È infatti I Persiani una tragedia che traspira la sacralità del vivere
narrandone la fragilità, centrando sulla miseria degli uomini.
Non solo, rispecchia la
tragedia anche all’incapacità di guardare al benessere sociale, quello che
dovrebbe perseguire la politica salvaguardando i protagonisti del futuro, mi
riferisco agli altri due testimoni, al giovane in cerca di identità ed alla
madre giovane rimasta vedova con un figlio perché la guerra le ha strappato
l’amore.
Bravissimo Alessio
Boni l’uomo/ombra stravolto da un abile trucco nelle sue sembianze; sembra
essere imperturbabile dinanzi alla sconfitta rovinosa del suo impero, alle
scelte poco sagge del figlio, ma cede all’emozione nel confidare il dolore al
Coro degli anziani ed alla fedele, amata moglie. Il suo viso deforme perché
abitante dell’Ade viene ancora più vissuto attraverso il video che Joan
Rodon ha realizzato per accompagnare la tragedia. Un video presente sempre,
divenuto parte del dramma, inserito nell’occhio degli spettatori che possono
osservare i volti, le espressioni dei protagonisti ‘da vicino’, apprezzandone
la immedesimazione con i personaggi.
Aderente allo spirito
del regista l’ideazione dei costumi opera di Lluc Castells e le musiche
di Joan Rodon, un sottofondo che
come un incessante suono evoca la ripetitività nel tempo, dei fatti e degli
accadimenti.
Anna Bonaiuto splendida Atossa,
irraggiungibile Regina, madre, madre del suo popolo, una interpretazione
intensa che arriva al cuore, che passa attraverso i colori degli abiti, il
rosso regale, il bianco per dialogare con l’oltre della vita e il grigio per
l’indifferente cuore del potere. Abiti con il loro colore che Atossa indossa
come se li avesse scelti all’istante dal suo armadio, con elegante naturalezza.
La tragedia tutta c’è
in questa edizione de I Persiani di Ollé, resa ancora più nostra dalla sua
maestria nel coordinare tempi, luoghi e soprattutto le parole del grande
Eschilo.
I
PERSIANI
di Eschilo
regia Àlex Ollé
traduzione Walter Lapini
con Anna Bonaiuto (Atossa), Giuseppe Sartori (Messaggero),
Alessio Boni
(Spettro di Dario), Massimo Nicolini (Serse),
Marco Maria Casazza (Capo coro), coro Francesco
Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello
Cossia, Michele Cipriani,
Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni,
Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò,
Elena Polic Greco, Simonetta Cartia
scena Alfons
Flores, assistente Sarah Bernardy
costumi Lluc
Castells, assistente Aleix Garcia Valle
musiche Josep
Sanou
disegno luci Marco
Filibeck
video Joan
Rodon
assistente alla
regia Simo Ramon Vines
produzione Inda
– Istituto Nazionale del Dramma Antico
nota
Àlex Ollé è un regista spagnolo noto per la sua opera con La Fura dels Baus, una delle
copagnie di teatro più prestigiose del mondo. Ollé ha diretto opere significative come
"Accions" (1984), "Suz/O/Suz" (1985), "Tier Mon" (1988), "Noun" (1990) e "MTM" (1994),
che hanno contribuito a l'affermazione di La Fura dels Baus come una
compagnia di
punta sia per la critica che per il pubblico. Tra i suoi lavori più importanti degli esordi
figurano "L'Atlàntida" (1996) di Manuel de Falla e "Lemartyre de Saint Sébastien" (1997)
di Claude Debussy. Ollé ha anche diretto opere come "La Damnation de Faust" di Héctor
Berlioz, "DQ. Don Quijote en Barcelona" (2000) e "Il diario di uno scomparso" (2007) di
Leoš Janáček. Si è interessato
anche di Opere Liriche ed ha collaborato con la Scala.
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
Commenti
Posta un commento