Universo di Pace - La diciannovesima edizione del Campania teatro Festival

Dal 12 giugno al 12 luglio 2026

Servizio di Rita Felerico








Alessandro  Barbano, Presidente e Amministratore unico della Fondazione Campania dei Festival ha illustrato le varie sezioni di cui si avvale la Fondazione, una proposta culturale che nel tempo è cresciuta, una macchina creativa e di produzioni che si nutre di ben 105 appuntamenti – 67 debutti assoluti tra teatro, musica e danza – e di manifestazioni ormai consolidate come il Campania Libri Festival che si svolgerà in ottobre, il Campania young festival che si è svolto in questi ultimi giorni di maggio. L’appuntamento, formativo e creativo, ha coinvolto 750 studenti di 41 istituti secondari di secondo grado della regione Campania, che, dopo una propedeutica fase laboratoriale durata 3 mesi, hanno avuto la possibilità di presentare al pubblico gli esiti del lavoro svolto. Il6 giugno andrà in onda un documentario sul festival.

L’assessore regionale alla cultura, Ninni Cutaia, nel puntare l’attenzione sulla proposta differenziata, positiva del programma del Festival, ne sottolinea la capacità da parte dello staff tecnico e artistico di produrre e realizzare progetti, della capacità di ricerca di artisti e delle nuove realtà teatrali. C’è il lavoro delle persone che è nutrito di tanta passione e professionalità.  Si è provveduto poi da parte della nuova Giunta del Presidente Fico di sopperire alla generale diminuzione di fondi e di partire per raggiungere la finalità della triennalità del finanziamento.

Il Direttore Artistico Ruggero Cappuccio partendo dall’idea che teatro è spazio professionale dove si lavora e si crea, insiste su una realtà: il teatro è anche il luogo dove si producono e seminano pensieri: la pace nasce così dentro l’individuo, si costruisce un universo di pace dove vige la legge della rottamazione e l’ispirazione dell’armonia, strumento creativo di ogni orchestra e musicalità.

Il Teatro è quel giardino interiore, la nostra palestra, una ricchezza immateriale: il teatro è il regno della non materia, esiste anche quando non esiste, prima si immagina di scrivere, di recitare e poi nasce il teatro, una relazione che si esplicita nella relazione da a uno a uno.

Il programma completo si può consultare cliccando sul link: lo spazio della prosa internazionale e nazionale, quello dei progetti speciali, della musica e dei concerti del dopofestival, sportopera, letteratura, osservatorio, contest anm, danza, mostre, incontri.

Il direttore artistico Ruggero Cappuccio ringrazia il Maestro Mimmo Paladino che da sempre affianca con la sua opera il Festival e sottolinea come il ticket continuerà ad avere un costo da 5 a 8 euro, con ingresso gratuito per alcune categorie sociali.  

I biglietti saranno in vendita online a partire dalle ore 11 del 5 giugno sul sito campaniateatrofestival.it o si possono acquistare presso la biglietteria centrale in via Chiaia 45-47 Napoli.
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PROGRAMMA

INTERNAZIONALI

Il ritrovarsi di una famiglia di artisti al crocevia dell’immaginazione. Questo e molto altro è “Rendez-vous” di e con Victoria Thierrée-Chaplin, Jean-Baptiste, Aurélia e James Thierrée, in scena il 17 e il 18 giugno al teatro Mercadante di Napoli. Dalla nascita del Cirque Bonjour nel 1971 al Cirque Invisible, passando per La Symphonie du Hanneton, Aurelia’s Oratorio, Raoul e Murmures des murs, “Rendez-vous” scatena un fuoco d’artificio di istanti rubati, in cui la fantasia regna sovrana. Un singolare appuntamento, una storia intima di circo, teatro e music-hall, dove gli artisti aprono il loro album di famiglia e, nel corso di una traversata onirica, rivisitano frammenti dei loro spettacoli passati. Con la partecipazione di Lucia Leonardi. Produzione della Compagnie du Hanneton, con il sostegno della DRAC Bourgogne-Franche-Comté. Regia, creazione sonora originale e luci di James Thierrée. Debutto assoluto al Campania Teatro Festival.

Un uomo che ha commesso crimini atroci e sconta gli arresti domiciliari in un luogo freddo e inospitale viene visitato dai fantasmi delle persone che ha assassinato, per chiedergli di ricordare i loro nomi e il modo in cui ha posto fine alle loro vite. 

Torna sulle scene undici anni dopo il debutto sudamericano, e arriva in Italia al teatro Mercadante il 21 e 22 giugno
“Labio de liebre”, scritto e diretto da Fabio Rubiano, spettacolo cult del teatro colombiano che ha segnato uno spartiacque nella drammaturgia contemporanea di quella nazione. Un’opera sul perdono e la vendetta, centrale nel repertorio della compagnia Teatro Petra fondata a Bogotà dallo stesso Rubiano con Marcela Valencia, dove l’ironia si rivolge al carattere grottesco della violenza, senza una verità definitiva, in uno spazio nel quale convivono contraddizione, disagio e desiderio di comprendere. Un luogo nel quale la memoria non si chiude, in cui il teatro non perdona né assolve, ma nomina, mette a disagio e trasforma. Spettacolo in spagnolo con sovratitoli in italiano.

Se fosse possibile stilare una classifica dei testi più rappresentati nella storia del teatro, “Re Lear” sarebbe certamente nelle posizioni di vertice, forse addirittura nella top ten. Nessuno però aveva mai dato vita a una versione-simulacro, quasi una porta aperta per pensare a come ci relazioniamo con i nostri padri, quelli biologici ma anche quelli metaforici, compreso lo stesso William Shakespeare. Lo fa adesso l’artista spagnola Andrea Jimenez, autrice e interprete dello spettacolo “Casting Lear”, che dirige insieme a Úrsula Martínez, figura chiave del teatro contemporaneo anglosassone, mentre la drammaturgia è di Olga Iglesias.

Una versione ricostruita, in scena al teatro Mercadante l’1 e il 2 luglio, che indaga gli incroci tra finzione e realtà, dove nel ruolo di Lear ogni sera ci sarà dal vivo un attore italiano diverso. Per riflettere sulla paternità, l’amore e il perdono, in un esercizio teatrale tanto coraggioso quanto ludico. Tutto ciò che ci ha preceduto ci perseguita, anche se proviamo a ignorarlo. Spettacolo in spagnolo con sovratitoli in italiano.

Uno spettacolo in spagnolo e darija, variante dialettale dell’arabo maghrebino parlata in Marocco, è “Ayoub”, testo e regia di Marina Otero, che è in scena con Ibrahim Ibnou Goush il 5 e il 6 luglio alla Sala Assoli di Napoli (sovratitoli in italiano). Ayoub, “colui che ritorna” o “colui che si pente”, è un nome molto diffuso nei paesi islamici. Centinaia di bambini, uccisi dallo Stato sionista di Israele nella Striscia di Gaza, si chiamavano così. Il progetto teatrale della Otero parla di queste vittime innocenti, del colonialismo, della Palestina e di tutto ciò che la regista e performer argentina vuole uccidere dentro di sé. Perché in questo mondo impossibile, ci sono amori che insegnano a non amare. “Ayoub” utilizza farina come parte della scenografia, generando particelle nell’aria durante lo spettacolo. Si consiglia alle persone con sensibilità o intolleranza al glutine di tenerne conto.

 

PROSA NAZIONALE

Sono 30 gli spettacoli della sezione dedicata alla Prosa Nazionale del Campania Teatro 2026, ventidue dei quali debutteranno al Festival.

Il teatro Mercadante di Napoli ne ospiterà sei. Il 12 giugno (con replica il 13), Roberto Andò accosta “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett a “Press conference” di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri. Ne “L’ultimo nastro di Krapp”, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta. In ideale e inquietante contrappunto, “Press conference” sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi melliflue e feroci, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo. Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola. Co-prodotto dalla Fondazione Campania dei Festival.

Il 26 giugno, sempre al teatro Mercadante, è in programma invece “Tony Harrison, Ossirinco e Napoli”, traduzione, adattamento e regia di Giovanni Greco, che è anche in scena con Sian Thomas, Jared Mc Neill, Eugenio Mastrandrea, Nika Perrone, Laura Pannia e Alessio Esposito. A partire dalle suggestioni de “I segugi di Ossirinco”, l’opera teatrale di Harrison che riscrive i frammenti di un dramma satiresco di Sofocle ritrovato nel deserto egiziano, il testo proposto al Festival in prima assoluta crea un mosaico di poesie, interviste e prese di posizione che legano Harrison a Napoli, la sua Ossirinco italiana, piena di reperti memorabili: “Piazza Sannazzaro”, il suo primo film documentario “Mimmo Perrella non è più”, la tomba di Virgilio, “Reading the rolls” con i papiri di Ercolano fino alle sue poesie più note e più amate, da “Long Distance” (la preferita di Daniel Radcliff) a quelle di denuncia sulla Guerra del Golfo.

Che cosa significa essere normali? Esiste una vita che non vale la pena di essere vissuta? Come vivere la disabilità di una persona cara? Come ci poniamo di fronte alle debolezze, alle fragilità e all’handicap? Sono alcune delle domande che si pone, e ci pone, con delicatezza e ironia, “Insieme”, la pièce scritta e diretta da Fabio Marra in scena il 28 giugno al Mercadante. Interpretata da Laura Morante, con Eugenia Costantini, Sonia Palau e lo stesso Marra, l’opera teatrale, tradotta in quattordici lingue e attualmente in tournée in diversi Paesi, coniuga la tematica dell’accettazione dell’altro con il rifiuto che, all’interno delle dinamiche familiari e di forti legami emotivi, può portare ad un senso di inadeguatezza. “Insieme”, che, come ha scritto “Le Monde”, è uno spettacolo che “cambia la nostra visione sulla normalità”, avrà presto in Francia anche una trasposizione cinematografica. Alla quale Fabio Marra, che “El País” e “Charlie Hebdo” hanno già paragonato addirittura a Eduardo De Filippo, sta già lavorando.

Il 5 e il 6 luglio il teatro Mercadante ha in programma un altro evento molto atteso, al debutto assoluto: “I fratelli De Filippo”, che Carla Cavalluzzi, Angelo Pasquini e Sergio Rubini hanno tratto da “Vita di Eduardo”, il famoso libro con il quale il critico teatrale Maurizio Giammusso ricostruì la vicenda pubblica e privata del grande drammaturgo. Un racconto popolare, psicologico e morale, ma anche la storia di una “rivoluzione” capace di cambiare il gusto del pubblico e il mondo del teatro.  Diretto da Sergio Rubini, che ne è anche interprete con Susy Del Giudice e Marianna Fontana, e con Francesco Del Gaudio, Antonio Orefice, Angela Rosa D’Auria, Simone Borrelli ed Emanuela Saccardi, lo spettacolo ripercorre l’epopea di una famiglia italiana che, con tenacia, dignità, ingegno e spirito creativo, si rimbocca le maniche ed è in grado di costruirsi un nuovo futuro. Senza mai perdere la capacità di sorridere della vita e delle sue miserie, proprio come Napoli sa fare da sempre. “La tela si leva. Ecco le piccole stelle. Ecco il teatro. Ecco l’attore”. Le musiche sono di Nicola Piovani.

Il Franco Parenti di Milano propone anche a Napoli il suo “Amen”, primo testo teatrale dello psicanalista e saggista Massimo Recalcati. Una preghiera nel nome della vita che non vuole morire, un’esistenza sul confine tra battesimo ed estrema unzione, la nuda fede di una madre verso il battito del cuore del figlio, la figura misteriosa e allegorica di un vecchio soldato, sopravvissuto alla guerra, che resiste alle avversità con il ritmo ipnotico e pulsante del proprio passo sulla neve. Un viaggio intenso, che unisce la fragilità del vivere alla forza del rinascere. Sullo sfondo i ricordi, le paure, gli incubi e le proprie passioni, prigioniero di un limbo che racconta la crisi dell’uomo contemporaneo, mentre si avverte la presenza incombente della fine. La drammaturgia e la regia dello spettacolo, in scena l’8 luglio al Mercadante, sono di Claudio Autelli. Con Salvatore Alfano, Tommaso Allione, Ludovica Angelini, Caterina Erba, Gabriele Martini, Michele Marullo, Pietro Moser, Giorgia Zatti e un’attrice in via di definizione.

L’ultimo spettacolo di prosa, in programma al teatro Mercadante il 12 luglio, è “La creatività è l’intelligenza che si diverte”, una drammaturgia tratta da autori vari, con Euridice Axen, la regia di Nadia Baldi e i costumi di Carlo Poggioli. L’espressione creativa è la capacità di trasformare pensieri, sentimenti e percezioni in una forma esterna tangibile e percepibile. È una componente fondamentale dell'intelligenza, che permette di trovare soluzioni innovative e comunicare l'ineffabile. Esprimersi creativamente non serve solo a produrre "bellezza", ma assolve a funzioni vitali: funge da catarsi, aiuta a scoprire chi siamo e a definire la nostra voce nel mondo. Se l'arte abbatte le barriere linguistiche e culturali, creando empatia tra le persone, la creatività allena il cervello a vedere le cose da prospettive diverse. In scena ci saranno anche gli attori del laboratorio gratuito, a cura di Euridice Axen e Nadia Baldi, che si terrà dall’1 al 10 luglio nello spazio Ridotto del teatro Mercadante.

Sono 11 gli spettacoli di Prosa Nazionale in programma al teatro Nuovo di Napoli in questa edizione del Festival. Il primo, il 12 giugno, è “Donne da buttare”, di e con Rosalia Porcaro, regia di Barbara Terrinoni. Una tragicommedia, incentrata su otto dei personaggi più iconici dell’attrice comica napoletana, per riflettere su come i modelli linguistici dell’intelligenza artificiale possano condizionare il comportamento umano, generando forme di dipendenza del pensiero. Le principali protagoniste di questa vera e propria “giostra cinetica” sono essenzialmente due: la signora Carmela, anziana bisbetica e fortemente egoriferita, e la sua “amica” Alessia, l’intelligenza artificiale che considera la donna un “esperimento umano”. Nello spettacolo si affrontano però anche, in una chiave di lettura tragicomica ma non per questo meno profonda, temi come il femminicidio e il patriarcato, offrendo allo spettatore uno specchio realistico, e talvolta crudo, della società contemporanea.

A distanza di 25 anni dal fortunato debutto, torna il 14 giugno al teatro Nuovo “Roccu u stortu-una guerra infinita” della Compagnia Krypton, il pluripremiato testo di Francesco Suriano. La storia è quella di Rocco, lo scemo del paese, un umile contadino calabrese che viene inviato al fronte durante la Prima Guerra Mondiale con l’illusione di ottenere al suo ritorno un pezzo di terra. Una vicenda che diventa tragicamente attuale e continua ancora oggi a interrogare sulle radici della violenza e del sacrificio in una società attraversata da nuove e spietate forme di conflitto. La pièce, affidata alla regia e al talento attoriale di Fulvio Cauteruccio, si trasforma dunque in un corpo a corpo tra memoria e presente, che intreccia in una nuova versione scenica e drammaturgica linguaggi visivi, sonori e performativi, esplorando il destino dell’uomo di fronte al potere, alla follia e alla guerra. Le musiche originali sono de “Il Parto delle Nuvole pesanti”.

“La signorina Else”, nell’originale adattamento e regia di Claudio Di Palma, è la proposta del 18 giugno al teatro Nuovo. In questo caso, infatti, la famosa opera letteraria di Arthur Schnitzler viene calata in un tempo di narrazione indistinto, forse assolutamente contemporaneo, e il luogo della vergogna è meno privato di quello proposto nella novella originale, il ricatto è pubblico o rischia di esserlo a causa del mezzo usato per imporlo. La figura di Else, nell’interpretazione di Simona Fredella, si moltiplica in dialoghi immaginari con le sue proiezioni virtuali e la drammaturgia si sviluppa in un linguaggio che ricerca un’autonomia sia lessicale che temporale. Restano, ieri come oggi, i vincoli imposti dalla famiglia e da un’intera società, capaci di accelerare il processo di svuotamento che progressivamente si attiva nell’anima debole della protagonista. Costretta com’è, per salvare il padre dall’arresto e dal probabile suicidio, a doveri scabrosi e compromessi pericolosi.

Torna al Festival Fortunato Calvino, autore e regista di “Vengo dal mare”, in programma il 26 giugno al teatro Nuovo. Questa volta il teatro-denuncia del drammaturgo napoletano accende i riflettori sul tema dell’immigrazione e sulle condizioni disumane nelle quali, dopo sbarchi drammatici, uomini e donne sono costretti a vivere.  La vicenda è quella di Samir, un giovane arrivato a Napoli dopo un lungo viaggio su un barcone. Il suo lavoro è quello di portare la spesa a casa dei clienti di un supermercato. Tra questi c’è anche Agostino, un professore di storia con il quale nasce un rapporto di fiducia e solidarietà umana. Gli altri personaggi sono Enzo, infermiere vivace e pettegolo, e la signora Elena, cinica proprietaria del “basso” affittato a prezzo esorbitante al ragazzo e ai suoi coinquilini. Il testo di Calvino si configura, dunque, come una potente riflessione sulla dignità umana, dove l’incontro tra Agostino e Samir diventa un momento di salvezza reciproca. Gli interpreti sono Rosaria De Cicco, Luigi Credendino, Marco Palmieri e Andrea Subasinghe. Musiche di Enzo Gragnaniello.

Il tema bellico, assieme a quello del conflitto generazionale e al rapporto tra verità e rappresentazione della stessa attraverso le immagini, torna prepotente il 28 giugno al teatro Nuovo con “L’ultima fotografia” di Roberto Andrioli. In scena tre personaggi: Marco, fotografo di guerra, suo figlio Leonardo, studente italiano negli Stati Uniti, e Adila, la misteriosa ragazza straniera. Tutti hanno perso “il rapporto con la terra”, tutti si trovano, per motivi sorprendentemente diversi, in una sorta di territorio sospeso tra giustizia, sopravvivenza, radici e futuro. Una foto premiata, nella quale la verità appare o si nasconde, diventa strumento di un intricato percorso che porta una guerra lontana nel tempo fino all’uscio di casa e all’ultimo drammatico scatto, capace ancora una volta di modificare creativamente la realtà. Gli interpreti, oltre all’autore, sono Yeda Kim e Mattia Ricchiuti, mentre la regia è di Fabrizio Checcacci.

Ha un titolo provocatoriamente intelligente, “L’Uomo Nuovo”, lo spettacolo in scena il 30 giugno al Nuovo. Il lavoro teatrale, scritto da Antonio Maiorino Marrazzo, è infatti ispirato alle autobiografie di Carmine Senise e Leopoldo Zurlo, due funzionari della dittatura fascista che vissero tutta la vita sotto lo stesso tetto e che le “veline” di regime accusavano di essere amanti. Senise fu Capo della Polizia dal 1940 al 1943, Zurlo fu al vertice dell’ufficio della censura per 13 anni, esaminando 18mila testi. Le vicende pubbliche, i pericoli che corrono a causa del loro amore “non virile”, vengono raccontati attraverso una doppia lettura, storica e familiare. I due personaggi si autoassolvono ma viene insinuato il dubbio dell’opportunismo oltre allo ‘stupore’ per la loro capacità mimetica e la presunta fedeltà a valori liberali sebbene in un contesto dittatoriale. La deportazione di Senise a Dachau, quando Roma è in mano ai tedeschi dopo la caduta di Mussolini, e la forza diplomatica di Zurlo per aiutare il compagno, conducono ad un finale drammatico. Gli interpreti sono Andrea de Goyzueta e Gennaro Maresca. La regia è di Luisa Guarro.

Una favola reale, quotidiana, di esseri umani fragili, soli, insicuri, a tratti violenti, che tentano di scoprire l’amore. Questo, nella descrizione della regista Maria Grazia Solano, è “Il bosco” di David Mamet, con Alessandro Mor e Marina Sorrenti, in scena con 2 repliche il 2 luglio al teatro Nuovo. Un progetto teatrale che si pone dunque come obiettivo l’esplorazione della relazione di coppia, del complesso rapporto di un uomo e una donna divisi tra il desiderio di amare e di essere amati e il bisogno di libertà. Allontanatisi dal caos cittadino per rifugiarsi in una casa nel bosco, uno spazio dell’anima lontano dalle pressioni del mondo esterno, credono di potersi ascoltare, conoscere, riconoscere. La voce di quel luogo simbolico, in quel silenzio/pausa, diventa allora una terza entità, un interlocutore ancestrale, misterioso, inquietante e inaspettato. La natura entra così nel dialogo, e si muove tra il regno superficiale del razionale e quello profondo dell’inconscio. Le parole sono palpabili, sono piume, onde e rocce, creature viventi anche loro. Lo spettacolo è realizzato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Stewart Talent.

Alberto Boubakar Malanchino – vincitore del Premio Ubu 2023 come Migliore attore under 35 – è l’adrenalinico interprete di “SID-Fin qui tutto bene”, lo spettacolo, scritto e diretto da Girolamo Lucania, in programma il 4 luglio al teatro Nuovo. Un racconto urbano, ma anche di frontiera, dove il protagonista è un giovane figlio della periferia che veste sempre di bianco, il colore del lutto per i musulmani. Per rincorrere il sogno del successo ha intrapreso la via sbagliata, per noia o per uno scopo che considera più alto ha anche ucciso, soffocando le sue vittime nei sacchetti di plastica alla moda, vite di scarto incartate in buste firmate. E ora Sid, italiano di origini africane, si ritrova a fare i conti con il proprio passato, in un presente che sembra non avere futuro. La sua storia è un film “senza montaggio”, un torrenziale monologo per batteria e voce: scorrono schegge di vita, di bullismo, di consumo, di ragazzi annoiati, dei “fuck you”, di canne, droghe, desolazione, di vagabondaggi nei “templi del consumo”.Musiche live e sound design di Ivan Bert e Max Magaldi.

Il senso di colpa ereditato, il riscatto personale, il conflitto generazionale, il ribaltamento del mito. Sono questi i temi principali di “Zappatore-studio per una liturgia del figlio”, l’originale rivisitazione che il drammaturgo e regista Fabio Di Gesto fa del famoso dramma teatrale di Libero Bovio, uno dei testi più noti della sceneggiata napoletana. Lo spettacolo, in scena il 6 luglio al teatro Nuovo con l’interpretazione di Carmine Bianco, Francesca Fedeli, Luca Lombardi, Maria Claudia Pesapane e Nello Provenzano, sposta infatti il punto d’osservazione: il focus, il cuore del racconto non è più il sacrificio del padre, ma il ricatto emotivo che ne deriva. Il debito non è economico, ma affettivo, e spezzare il peso di questa catena invisibile diventa un atto necessario di autodeterminazione. Il vero dramma non è l’ingratitudine del figlio, ma la famiglia che non accetta di lasciarlo andare. E la stessa canzone non è più un momento separato dalla scena, ma si trasforma in suono vivo e organico, parte di qualcosa che non racconta solo il sacrificio e il rimpianto, ma li fa sentire, li fa vibrare e li incide nella carne. Drammaturgia musicale di Tommy Grieco.

Legami familiari, segreti nascosti, un amore rubato, la ricerca della felicità, pregiudizi sociali e personali. Sono gli elementi del plot narrativo de ”Il terzo Incomodo”, la pièce divertente e tenera della Compagnia Nest che va in scena il 10 luglio al teatro Nuovo. Partendo da una situazione di equivoco quasi da vaudeville, la commedia in un atto di Ivan Cotroneo scava in profondità nel cuore dei personaggi, due fratelli rivali che si ritrovano in una piccola casa al mare alla morte del padre e un ospite inatteso, e nelle loro ferite affettive. Passando dalla rabbia al perdono, dalla diffidenza all’ascolto, senza mai perdere il sorriso, per scoprire che in fondo non conosciamo davvero neppure le persone che amiamo. Protagonisti di questo lavoro sono i tre attori storici della Compagnia: Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo e Giuseppe Gaudino, capaci di “abitare” lo spazio e la memoria che contiene. La regia è di Giuseppe Miale di Mauro.

Un racconto intimo e lacerante, un inno all’amore incondizionato e alla sua forza distruttrice, che si interroga sull’identità, sull’oblio e sulla cecità dell’essere umano davanti ai sentimenti altrui. Dalle pagine vibranti di “Lettera di una sconosciuta” di Stefan Zweig, il regista Davide Sacco ha creato l’omonimo adattamento, atteso al Festival il 12 luglio al Nuovo. Un celebre scrittore riceve, nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, una lunga lettera anonima. A scriverla è una donna che, senza mai essere riconosciuta, ha intrecciato tutta la propria vita all’ombra di lui. Un amore assoluto, consumato nella segretezza e nella devozione, che diventa confessione estrema soltanto dopo la morte del figlio e nell’imminenza della propria fine. Sacco ambienta lo spettacolo in un bagno d’ospedale, uno spazio asettico e privo di tempo, dove la protagonista si ritrova sola, circondata da pareti che trattengono silenzi, odore di disinfettante e riflessi di luce fredda. Incentrando la sua regia su un doppio registro: dare voce a una donna che si racconta, l’attrice Giordana Faggiano, ma anche mostrarla mentre si guarda vivere, narratrice e spettatrice, con la lucidità e il dolore di chi trova il coraggio solo ora di condividere, con un atto liberatorio, un amore rimasto invisibile.

La Sala Assoli di Napoli ospiterà invece quest’anno 10 appuntamenti di Prosa Nazionale. Il primo, “Due vecchiette vanno a Nord” di Pierre Notte, è in programma il 13 e 14 giugno. Coproduzione dell’Elfo Puccini di Milano e della Fondazione Campania dei Festival, lo spettacolo, che ha la regia di Francesco Frongia e due interpreti in perfetta sintonia come Corinna Agustoni e Elena Callegari, è un racconto brillante on the road, un viaggio rocambolesco, metaforico e reale al tempo stesso. Annette e Bernardette, due sorelle vagamente anziane, porteranno gli spettatori del Campania Festival dal palco di un teatro (in scena c’è un testo di Pinter) fino al Grande Nord, dove sono dirette per ricongiungere l’urna improvvisata con i resti della madre con quelli del padre, sepolto 25 anni prima in uno sperduto paesino. Mentre i ricordi si confondono e ricompongono, ci viene restituito un ritratto senza filtri di due esseri umani, dai caratteri opposti, alla ricerca del loro passato.  Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo? Temi e domande che ci inseguono fin da giovani, e che mentre cresciamo diventano sempre più ingombranti. La fine non è triste, ma solo l’inizio di una fantastica avventura.

Una gravidanza prolungata oltre i limiti, il cuore di un maiale trapiantato dentro un essere umano, l’apoteosi di un idolo sportivo: trasformazioni individuali, collettive, fisiche e persino spirituali, vanno a comporre la trama di “Cuore di porco”, lo spettacolo di Carrozzeria Orfeo che intreccia, in un’unica esperienza immersiva, teatro, drammaturgia, poesia performativa, musica elettronica, arte visiva e animazioni video. Un’opera polifonica e stratificata, dove i corpi in trasformazione, vasi comunicanti che si influenzano a vicenda, diventano il centro di un racconto che indaga il rapporto tra individuo e collettività, tra umano e non umano. I tre giovani autori del processo creativo condiviso, in scena alla Sala Assoli il 15 e il 16 giugno, sono Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli, che hanno lavorato coralmente con la supervisione di Gabriele di Luca, regista della performance insieme a Massimiliano Setti, e con il dispositivo sonoro e visivo de “Le Canaglie”. Il tema universale e antichissimo della metamorfosi viene qui calato nella contemporaneità, e talvolta la oltrepassa, fino a disegnare nuovi mondi possibili. Con Matteo Berardinelli, Massimiliano Setti e Federico Bassi. Co-produzione della Fondazione Campania dei Festival.

Da una scrittura originale di Antonella Cilento nasce invece “Insight Lucrezia”, dove la protagonista del titolo è Lucrezia Borgia, interpretata nello spettacolo in scena il 19 giugno alla Sala Assoli da Nunzia Antonino. La preparazione e il rituale della sua festa di nozze con Alfonso d’Este a Ferrara diventano il pretesto narrativo per un’indagine profonda e senza pregiudizi di una donna che ha scelto di essere sé stessa. Non a caso quel trono, simbolo di un potere che subisce ed esercita, assume qui la funzione di un confessionale, mentre una ribalta teatrale, con orchestra di musici annessa (l’ensemble Orfeo Futuro) completa la rappresentazione del già avvenuto. Dentro Lucrezia si agitano voci, presagi, fantasmi del passato e del futuro: l’incontro con la competitiva cognata Isabella, i precedenti mariti, la presenza ingombrante del padre, papa Alessandro VI, e del Valentino, suo fratello Cesare Borgia. Una vita compressa in un destino femminile che la schiaccia e al quale, ieri come oggi, sembra impossibile sfuggire. La regia è di Carlo Bruni, composizioni originali ed elettronica di Gianvincenzo Cresta.

Una madre stende i vestiti della figlia, presenze drammaturgiche attive. Li lava, li rilava, in maniera ossessiva. Ogni giorno lo stesso gesto, come una preghiera, un rito che non riesce - o non vuole – interrompere. Tra quei panni riaffiora la voce, la vita spezzata della sua bambina. Ispirato alla storia vera di Annalisa Durante, vittima innocente di camorra all’età di 14 anni, “’A stesa” di Adriano Fiorillo, in programma il 21 giugno alla Sala Assoli, è un atto di memoria che attraversa il dolore privato e lo trasforma in denuncia pubblica, capace di parlare a un’intera comunità. Con un titolo che assume drammaticamente un doppio significato: la “stesa” come gesto quotidiano e familiare di stendere i panni, ma anche come azione criminale che semina terrore nei quartieri sotto scacco della criminalità organizzata. Il teatro come luogo della resistenza. Protagoniste dello spettacolo sono Giulia Piscitelli ed Erica Tortorizio. La regia è di Adriano Fiorillo, le musiche di Tommy Grieco.

Un viaggio tra parole e musiche che attraversa secoli di letteratura e teatro, creando connessioni tra le grandi tragedie dell’antichità e le voci della scrittura contemporanea. Tutto questo è “Appassionata-Concerto spettacolo a lei dedicato”, omaggio di Cristina Donadio all’universo femminile del Mediterraneo. Un luogo dell’anima, un orizzonte simbolico, dove la donna diventa incarnazione di resilienza e desiderio, presenza eterna che, pur spezzata dalla violenza della storia e dall’avidità dell’uomo, riesce sempre a ritrovarsi, a ricomporsi, a rinascere come sabbia dopo la tempesta. L’appuntamento, in programma il 25 giugno alla Sala Assoli, costruisce dunque una relazione organica tra la narrazione cruda, e dunque poetica, della voce recitante della Donadio con le suggestioni che sanno restituire gli strumenti etnici dell’ensemble (Mario Crispi-fiati, Giovanni Seneca-chitarra classica e battente, Francesco Savoretti-percussioni, Roberto Trenca-plettri). Nasce così una trama emotiva che affronta temi universali e ancora profondamente attuali, invitando il pubblico a confrontarsi con la memoria culturale del Sud, capace di trasformare il dolore in bellezza, il canto in resistenza, la fragilità in forza vitale. L’adattamento e la regia sono di Gigi Di Luca.

“Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, nell’interpretazione, adattamento e regia di Paolo Mazzarelli, è la proposta teatrale del 29 giugno in Sala Assoli. Questa straordinaria opera-non opera rappresenta ancora oggi, a distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione postuma del 1929, una guida universale al creare, al comprendere, e in definitiva al vivere. Portare sulle scene questo materiale unico e (non) letterario, gravido di luce e di linfa vitale, diventa dunque un’esigenza naturale, quasi un elemento salvifico in un’epoca che sembra perduta, provando a restituirne la forza illuminante in un rito collettivo. “Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità”: questo, insieme a molto altro, scrive Rilke nella prima delle lettere rivolte al giovane Kappus, aspirante poeta che gli chiede un’opinione sul valore dei suoi versi. Mazzarelli, con uno spettacolo semplice, che si avvale delle poetiche animazioni di Nora e dagli illuminanti squarci musicali di Stephan Micus, colma un bisogno e crea una di quelle “misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”. Con il sostegno di Compagnia Orsini.

Lisbona è uno stato d’animo, un luogo magico e sensuale dove si avverte costantemente una dolce e inevitabile nostalgia del presente. Ferdinando Pessoa, il grande poeta portoghese, ne è stato il cantore: non solo ha raccontato la sua città, ma ha saputo, in modo originale e sorprendente, mostrarci la relazione insondabile che lega ciascuno di noi alle cose mute, a quello che pensiamo di non vedere e che invece percepiamo con il cuore e poi nascondiamo negli abissi della nostra memoria. Partendo da “Lisbona, negli occhi di Ferdinando Pessoa”, racconto breve di Luca Cedrola, il regista Graziano Piazza è in scena nell’omonimo spettacolo il 1° luglio alla Sala Assoli. Una pièce nella quale gli occhi di Pessoa, ombre magiche e luminose, generano l’incontro tra il mondo interiore e la vita degli altri, in un continuo gioco di rimandi, riflessi, interazioni e fughe. Scenografie sonore del musicista Paolo Coletta.

Un esercizio di resistenza emotiva. Così il regista Yaser Mohamed ha definito “Contrazioni” di Mike Bartlett, lo spettacolo con Gea Martire e Dalal Suleiman che va in scena il 3 luglio in Sala Assoli. La storia è ambientata in un’azienda moderna, dove una dipendente viene convocata periodicamente dal proprio superiore per una serie di colloqui apparentemente ordinari. All’inizio le domande riguardano il comportamento professionale, il rispetto delle regole, l’efficienza. Ma, incontro dopo incontro, il confine tra vita privata e lavorativa inizia a sgretolarsi. La relazione sentimentale della donna con un collega diventa il centro di un’indagine sempre più invasiva, in cui emozioni, desideri e scelte personali vengono analizzati, giudicati e progressivamente controllati. Un meccanismo che intrappola, dove il peso delle parole non dette è pari a quello delle parole pronunciate, dove la violenza non ha bisogno di essere esplicita, ma è già presente nei silenzi, nelle pause e negli sguardi che non si possono sostenere.

In un loft spoglio, durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente scambiarsi di ruolo. Coralin è un’avvocata penalista brillante, abituata a difendere colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla manipolazione. L’uomo è Timoleone Rinaldi, ossessionato da un dolore che non riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo. Sono i due personaggi di “Coralin alla fine muore”, la nuova drammaturgia e regia di Rossella Pugliese, che ne è anche interprete con Adriano Falivene, Bambinella del commissario Ricciardi. Lo spettacolo, in scena nella Sala Assoli il 10 luglio, è un thriller psicologico che attraversa la violenza invisibile delle relazioni umane e accompagna i suoi protagonisti fino al punto in cui sopravvivere a sé stessi sembra impossibile. Tutto è reale e allo stesso tempo mentale, in un luogo sospeso che diventa trappola emotiva. Le musiche originali sono di Ivo Parlati.

Una casa isolata sul mare, in un Paese che è appena uscito da una lunga dittatura. È il luogo dove Ariel Dorfman ambientò il suo straordinario “La morte e la fanciulla”, in scena alla Sala Assoli il 12 luglio. Una drammaturgia che, a distanza di 35 anni, conserva tutta la sua forza e attualità. Lo sanno bene Elena Bucci e Marco Sgrosso che hanno scelto di proporre questo testo in un periodo nel quale si moltiplicano governi autoritari o finte democrazie che faticano a dialogare tra loro, mentre si sfalda la memoria anche dei più recenti crimini contro l’umanità. La storia, come è noto, è quella di un banale incidente che rivoluziona l’equilibrio apparente di tre vite, facendo riaffiorare dal buio della notte, sulle note di una famosa melodia di Schubert, i fantasmi di un terribile passato di torture e violenze. Traumi che innescano domande su giustizia, verità e vendetta, echi di antiche tragedie che si ripetono con ciclica e sconfortante ripetizione.  La regia è di Elena Bucci, interprete con Marco Sgrosso e Gaetano Colella.

Due spettacoli di Prosa Nazionale saranno poi ospitati nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale. Il 17 giugno l’appuntamento è con “Intestamé”, scherzo teatrale per attore e musica di Carlo Ragone e Loredana Scaramella. Un uomo solo alla morte del padre e un assurdo testamento. Al figlio prediletto, interpretato dallo stesso Ragone, non spetta nulla, niente soldi, niente casa, ma poche sibilline parole: “A mio figlio Ferdinando ci lascio tutto. Tutto quello che non ho fatto”. Un lascito che spalanca la porta ad un mondo che sceglie le sfumature della possibilità, dei rimpianti, delle nostalgie e della magia. Quella di un figlio che, dopo aver indossato la giacca del padre, viene trasportato per incanto nella Napoli degli anni ’40, tra bombardamenti, fame ed emigrazione. Così il figlio canta, balla, soffre, spera, ride, come se fosse il padre, e vestendo i colori della sua vita, dopo tanto tempo, impara a conoscerlo. Questo è il vero lascito testamentario, insieme a un prezioso consiglio: l’allegria è la chiave che permette di trasformare in gioia ogni dolore. La regia è di Loredana Scaramella, le musiche sono di Stefano Fresi, eseguite dal vivo dal Quartetto William Kemp

Il 9 luglio, invece, Paola Minaccioni ci propone “La vita è bella? No, è un tipo”, lo spettacolo che lei stessa ha scritto con Andrea Lolli e Lorenzo De Marinis. Un ragionamento semiserio (molto semi e poco serio) sulla felicità ai nostri tempi, presi come siamo dalla ricerca di canoni estetici e obiettivi uguali per tutti. Scendendo dal carrozzone del conformismo ci si può invece rendere conto che la perfezione è noiosa, ed è solo la diversità che ci rende unici. Al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale va in scena dunque un inno ai difetti e a quelle irregolarità e stranezze che preparano il terreno per la poesia, l’arte e la riflessione.  La vita non è bella, ma è un tipo, piena di ostacoli, difficoltà, ingiustizie e problemi da risolvere ogni giorno. Tuttavia, è nel gusto di andare avanti e nella ricerca della nostra di felicità, non omologata e non omologabile, che ci sentiamo vivi. Il mondo ci mette i paraocchi e la Minaccioni ce li toglie. Non solo come divertente interprete, ma anche come regista.

Il teatro Tedér ospita il 21 giugno una restituzione scenica che rappresenta l’atto conclusivo de “La casa di ciascuna”, il progetto artistico e sociale di Caterina Vertova che utilizza il teatro come strumento di cura, inclusione e partecipazione civile. Rivolto a donne del territorio che vivono in condizioni di fragilità, crea uno spazio protetto di ascolto, espressione e relazione in cui l’arte diventa occasione di riscatto, appartenenza e costruzione di senso. L’atto finale, il momento di incontro, condivisione e riflessione, è dedicato alle “Donne in tempo di guerra”. Presenze rimaste spesso invisibili nelle narrazioni ufficiali, che attraversano i conflitti armati non solo come vittime dirette di violenza, ma anche come soggetti attivi della storia, protagoniste silenziose della resistenza, della sopravvivenza e dei processi di ricostruzione sociale e culturale. Accanto a questa guerra, le donne ne combattono un’altra ogni giorno, intima e silenziosa, meno visibile ma altrettanto devastante. È quella che si eredita, che si trasmette di madre in figlia, fatta di ruoli imposti, di identità negate, di limiti culturali che definiscono e restringono desideri, ambizioni e possibilità. Lo spettacolo intreccia questi due livelli, proponendo una riflessione sul legame profondo e inversamente proporzionale tra cultura e barbarie. Con un materiale scenico che nasce dalle improvvisazioni costruite a partire dalle esperienze di vita personali delle partecipanti, restituendo una narrazione corale, viva e incarnata, che fa del teatro uno spazio di ascolto, di riconoscimento e possibile cambiamento collettivo.

 

PROGETTI SPECIALI

Al Campania Teatro Festival 2026 non mancheranno, come ogni anno, una serie di Progetti Speciali. A partire da “Il Sogno Reale. I Borbone di Napoli”, ideato da Ruggero Cappuccio e prodotto dalla Fondazione Campania dei Festival, che sarà ospitato, non a caso, nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale a Napoli dal 22 giugno. Lo schema è noto: cinque scrittori, in questa edizione sono Enza Silvestrini, Giuseppe Rocca, Claudio Di Palma, Vladimiro Bottone e Luisa Stella, creano per l’occasione altrettanti racconti brevi ispirati all’epoca borbonica, che in questa edizione vengono rispettivamente affidati al talento interpretativo di Cloris Brosca, Imma Villa con la partecipazione di Cecilia Lupoli, lo stesso Di Palma con musiche eseguite dal vivo da Massimiliano Sacchi e Ernesto Nobili, Cristina Donadio, Enrico Ianniello. Letture drammatizzate che, come spiega Cappuccio nella scheda di presentazione, si sforzano di far emergere “dietro le date, le battaglie, i troni, le alleanze, i tradimenti, le ingiustizie e le violenze, quel “magma emozionale di uomini e donne che produssero azioni determinate da pulsioni e sentimenti. Antonin Artaud sostiene che sia sublime la storia raccontata dai poeti e non i poeti raccontati dalla storia. Di questa riflessione è paradigma perfetto William Shakespeare. Ma come non pensare a quali profondità abbiamo scoperto nell’imperatore Adriano grazie a Marguerite Yourcenar? Come non riconoscere che abbiamo sentito con forza Caligola grazie alla penna di Camus? Nelle scritture dei drammaturghi, dei poeti, dei narratori, c’è una rivelazione: la storia non è fatta per guarire le ferite, ma per amare la bellezza del sangue. Il Sogno Reale è un progetto che mira a determinare un osservatorio sulla dinastia borbonica dal quale contemplare e conoscere con serenità il firmamento immaginativo che inizia con la tenacia onirica di Carlo III per continuare con risultati alterni fino all’Unità d’Italia. I Palazzi Reali, le industrie siderurgiche, le seterie, le grandi collezioni d’arte, le importanti strutture sociali per i poveri, le scuole militari, l’impulso ai conservatori, la canalizzazione delle acque, l’avvio degli scavi di Pompei ed Ercolano, il potenziamento delle navigazioni, dell’edilizia, insieme con la cura per gli aspetti della vita civile collegati alla Sanità, fanno di questo tempo una piattaforma di studio di immenso interesse. Mentalmente bisogna allontanarsi dalle tentazioni di reminiscenza elegiaca e da bocciature politiche aprioristiche per accogliere con sete di conoscenza il grande affresco del turbamento. Il turbamento polifonico che deve educarci a distinguere tra voci e altre voci, tra un re e un altro re, tra una regina e un’altra regina. Turbamento della mente e dello spirito, perché in grado di farci scoprire che il concetto di tempo non può essere lineare, perché un’azione compiuta alla fine del Settecento può estendere il suo processo sociale ed individuale fino ad oggi”.

Il progetto prevede anche la redazione e pubblicazione di una guida stampata dei siti borbonici commissionati e realizzati dai Reali e destinati alle diverse attività: residenze, riserve di caccia, e pesca, attività agricole, industriali, scientifiche e innovative, collezioni d’arte e musica. Il volume sarà distribuito gratuitamente al pubblico che seguirà gli spettacoli in programma al Festival.

Il desiderio intimo, vitale e creativo che accende e sconquassa un’esistenza nella ricerca di una disperata via d’uscita. È questo il filo conduttore dei due testi narrativi che generano “Dilemmi”, il “duetto tragicomico” con la regia di Ciro Pellegrino e l’interpretazione di Emiliana Bassolino, atteso il 22 giugno al teatro Nuovo. Lo spettacolo attinge infatti a personaggi femminili de “La vita è breve, eccetera” di Veronica Raimo pubblicato pochi anni fa, e de “Il mare non bagna Napoli”, famoso libro di Anna Maria Ortese. Autrici molto diverse tra loro, come lo sono le storie, i luoghi, il tempo e lo sfondo culturale delle loro opere. Tuttavia, le protagoniste dei due racconti che qui diventano narrazione teatrale hanno qualcosa in comune: sono impegnate entrambe in una lotta intestina per affermarsi, per riconoscere una propria individualità nel giogo delle relazioni e dei ruoli assegnati. Accade a un’aspirante scrittrice del terzo millennio nel cuore pasoliniano di Roma, accadeva a un’altra donna negli anni ‘50, in una Napoli sopravvissuta alle macerie della guerra.  La scena si svolge nell’intimità di una camera da letto, in cui la tensione tra dilemmi, desideri inconfessabili e l’irruzione di suoni, voci e ombre di figure familiari e del microcosmo circostante rappresenta, come ogni processo creativo, un arduo tentativo di liberazione. Produzione Mudra Arti dello Spettacolo.

In un sotterraneo visionario, tra teschi, ex voto, fantocci e rovine, prende vita “Le pietre parlano – Anime in conflitto”, installazione performativa e immersiva ideata per un pubblico ristretto chiamato ad attraversare fisicamente lo spazio scenico e a diventare parte di un rito. L’invito, alla Sala Assoli il 23 giugno, è a percorrere le profondità della città di Napoli per ritrovare un senso di comunità. Accolti dalle performer (Anna e Clara Bocchino, Rossella Pretto, che ha anche curato la regia, e con la partecipazione straordinaria di Wanda Marasco), gli spettatori entrano in un universo sospeso dove la memoria dei morti, il trauma storico della guerra e il destino individuale emergono dalle profondità. Tra musiche, videoproiezioni e azioni performative, lo spettacolo, per il quale sono previste 3 repliche, a partire dalle 18,30 e fino alle 21,30, costruisce un’esperienza sensoriale e spirituale che sonda il rapporto tra vita e morte, colpa e sopravvivenza, distruzione e desiderio di trascendenza. Un’opera che fa del teatro un crocevia emotivo e atto poetico condiviso. Con la stessa tensione che attraversa i versi di Seamus Heaney, premio Nobel nel 1995, che ha resistito a ogni riduzione ideologica della scrittura, scegliendo di affidarsi alla responsabilità più profonda verso la lingua e verso la complessità dell’esperienza umana. Drammaturgia e progetto generale di Rossella Pretto e Francesco De Matteis. Sui temi dello spettacolo è previsto un incontro con Esther Basile, Grianfranco Pecchinenda e Silvio Perrella il 24 giugno alle 18.30 presso Lazzarelle Bistrot a Napoli.

Il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale ospita il 25 giugno il nuovo appuntamento con “Portami là fuori”, lo spettacolo che, tra rap, metateatro e memorie, attraversa gli anni di lavoro dell’associazione CCO-Crisi Come Opportunità e del suo progetto “Presidio Culturale Permanente” negli Istituti Penali per Minorenni di Airola (Bn) e Nisida. Le prime canzoni, la rabbia trasformata in parola attraverso Borges, Amleto e le tragedie greche, ma anche la possibilità di momenti di confronto su temi come la colpa, la responsabilità, il dolore delle vittime e il senso dell’arte in carcere. Provando a far accadere qualcosa di raro: un ragazzo smette di coincidere soltanto con il suo reato. I formatori del laboratorio di musica rap ad Airola e Nisida sono Luca Caiazzo, in arte Lucariello, Enzo Musto, in arte Oyoshe, Gianmarco Cioffi, in arte Shada San e Federico Di Napoli. Quelli del laboratorio teatrale ad Airola sono Pino Beato, Raffaele Genovese, Fabrizio Nardi ed Emanuele Sacchetti.

 Il 27 giugno la Sala Assoli ospiterà un altro progetto speciale che prevede il coinvolgimento diretto degli spettatori: “LYDIA-I corpi dietro la voce”, installazione immersiva con ideazione, regia e performance di Sara Lupoli, immagini e video di Stefano Gargiulo. Un progetto che nasce dal desiderio di rendere visibile ciò che nella voce resta invisibile, esplorando la sua relazione con il corpo e con la memoria, a partire dall’atto del doppiaggio. Le voci di Lydia Simoneschi, attrice che in 40 anni di carriera prestò la sua voce a tutte le dive internazionali più famose, riascoltate e riattraversate, ritornano come presenze fisiche, tracce di corpi che continuano a vibrare attraverso di noi. Nel suo gesto performativo, dunque, la Simoneschi, scomparsa nel 1981, non viene evocata come figura del passato, ma come archivio sensibile di un’epoca sonora che continua a parlarci, materia per interrogare il presente. Facendo emergere così, con l’obiettivo di restituire corporeità all’ascolto, una dimensione intima e politica della voce.

“Caro agli dèi. Vita breve di Annibale Ruccello” è il titolo del lavoro documentario di Massimiliano Palmese su un “enfant terrible” del nostro teatro. Per questo nuovo progetto lo scrittore e regista napoletano sta raccogliendo rari e preziosi materiali, interpellando sia amici e collaboratori di Ruccello che nuovi drammaturghi, registi, studiosi e critici. Il dovuto omaggio a un poeta del palcoscenico di cui molto si sente la mancanza, che coinvolge anche la nuova straordinaria leva di attori campani.  Un incontro con Massimiliano Palmese, inserito nel programma del Festival, sarà l’occasione il 29 giugno, nel Giardino Romantico di Palazzo Reale, per ripercorrere insieme le tappe della troppo breve vita di Annibale Ruccello, a 70 anni dalla nascita e a 40 dalla morte.

Sempre in Sala Assoli, il 30 giugno, si imbandisce la tavola di “Le tentazioni svelate”, a cura della storica dell’arte Fabiana Mendia, con la lettura di testi critici e letterari affidata a Mario Autore. ”Il gusto ai tempi dei Borbone”, una narrazione che attraversa il ‘700 e l’800 e ripropone la tradizione culinaria campana, analizzandola, scomponendola e rivisitandola. Ad accogliere il pubblico in sala le musiche di Domenico Cimarosa, Alessandro e Domenico Scarlatti, per partire insieme alla ricerca di sensazioni, emozioni e appunti di viaggi di scrittori come Goethe e Gregorovius, ma anche attingendo a una vasta selezione di opere d’arte di vedutisti, ritrattisti e pittori di nature morte. In un percorso storico e gastronomico che ci farà scoprire come l’invenzione non nasca solo dal lusso e dal potere, ma posso essere generata talvolta dal bisogno e dalla povertà. L’iniziativa dell’”Arte presa per la gola” è ideata dall’Associazione Arteindiretta Ets. Ingresso gratuito.

Due giovani attrici, gemelle, si sognano. Nel raccontarsi si costruiscono e si perdono, in un continuo slittamento tra identità che non coincidono mai. Il sogno diventa lingua scenica; non un tema, ma un campo in cui le immagini emergono, si trasformano e si sottraggono. Come nel teatro, ciò che accade non si spiega: si attraversa. Lo scrittore Silvio Perrella indaga sull’assenza di spazio e tempo, e dunque su una continua contemporaneità, ne “I sogni di Annaclara”, lo spettacolo che il Festival propone l’8 luglio al teatro Nuovo nell’ interpretazione di Anna e Clara Bocchino e un attore in via di definizione. Un processo di metamorfosi, nel quale una delle gemelle riuscirà a dare vita all’altra solo sognandola, ricomponendone il corpo come in un atto di magia. Un postino, margine di coscienza, tiene in contatto mondi diversi, in un dialogo per assonanze con il sogno shakespeariano. Qualcosa che arriva, che chiede e che immagina, La regia è di Ettore Nigro.

Nello stesso giorno, l’8 luglio, va in scena in Sala Assoli “L’io e l’IA”, drammaturgia originale di Fabio Pisano, concept, soggetto e direzione scientifica di Nadia Carlomagno, che ne è anche interpreta con Emanuele Valenti. Uno spettacolo che nasce da un progetto di ricerca dell’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli, liberamente ispirato a “Her”, il film di Spike Jonze nel quale Joaquin Phoenix ha una “storia d’amore” con un software dalla suadente voce femminile. Il lavoro teatrale va oltre le vulnerabilità relazionali e psicologiche delle giovani generazioni nell’era della tecnologia emotiva, inducendo a una riflessione più ampia su identità, fiducia e solitudine, ma anche su come l’interazione digitale possa diventare spazio di manipolazione, isolamento e pericolo emotivo a qualsiasi età. Protagonista della vicenda è infatti una professoressa universitaria che, presa dall’ansia per la stesura di un discorso, chiede aiuto all’intelligenza artificiale. Un rapporto virtuale, proficuo e rassicurante, che diventa sempre più intenso, fino a sfociare in una vera e propria dipendenza affettiva. Dove è difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è, indebolendo il senso critico e forse ogni capacità di autodeterminazione. Regia, colonna sonora e ideazione spazio scenico di Marcello Cotugno.

Dal 9 al 12 luglio il pubblico del Campania Teatro Festival può invece vivere l’esperienza davvero unica del cinema immersivo. Al teatro Tedér, il regista Corrado Ardone presenta il suo “Revolution”, o per meglio scrivere R3V@LUT1@N, un film thriller di lunga durata, dove gli spettatori diventano protagonisti di un viaggio sensoriale, entrando direttamente dentro la storia e vivendola in prima persona. Un progetto, nato a Napoli con artisti napoletani, che unisce tradizione narrativa e una tecnologia d’avanguardia, già sperimentata all’estero. Arriva così anche in Italia, grazie a questa operazione pionieristica, l’evento capace di trasformare un genere classico in un’esperienza senza precedenti, dove la percezione dello spettatore non è più mediata da uno schermo, ma diventa parte integrante dell’azione. Il cast corale che accompagna questa sfida verso il futuro è composto da Marzio Honorato, Annalisa Pennino, Rita Rusciano, Federica Aiello, Peppe Zarbo e Massimo Peluso.

Non meno rivoluzionario è CANTI(d)IERI, nona edizione del #Foodistribution di Manovalanza, a cura di Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì, con la regia e drammaturgia di Adriana Follieri. Un progetto che per il quinto anno consecutivo consolida e approfondisce la ricerca scientifica e artistica all’interno dei Bipiani a Ponticelli, scrivendo una nuova tappa del processo di coinvolgimento di un’intera comunità nella realizzazione di un rito teatrale e sociale, in programma il 10 e l’11 luglio, che accompagni il passaggio degli abitanti dai containers in amianto alle nuove case in muratura. Alle spalle del pubblico, di fronte alle attrici e agli attori, si estende l’area che ospiterà gli alloggi. Si punta così a realizzare un presidio dell’arte scenica in un luogo che rappresenta la periferia urbana e culturale della città, distante dai principali centri di offerta e produzione. Food Distribution, per l’appunto, la stessa scritta che apparve a Napoli a guerra appena finita su un cartello in lingua straniera che annunciava la distribuzione di derrate alimentari per la popolazione bisognosa. Un cibo che oggi, a Ponticelli, assume un significato diverso: quello di una relazione necessaria con persone, luoghi e dinamiche del reale. Per provare a nutrirsi reciprocamente. In scena ci sono gli abitanti dei Bipiani e la comunità artistica di Foodistribution, con Paola Maria Cacace, Francesca Capasso, Veronica D’Elia e Carolina Rapillo, e la partecipazione di Marcello Squillante e Gianluca Fusco di Ars Nova. Il referente scientifico del progetto è il professor Rosario Sommella.

Il teatro come strumento per educare alla vita e alla pace. C’è un messaggio semplice e ambizioso nel film “Il seme della concordia”, soggetto, sceneggiatura, regia e musica di Renato Salvetti che si potrà vedere l’11 e il 12 luglio a Palazzo Coppola di Valle/Sessa Cilento, in provincia di Salerno. Una pellicola, nata sulla base di un’esperienza diretta, che racconta la nascita di una scuola gratuita di musical sostenuta dal Campania Teatro Festival. Bambini e famiglie di ambienti diversi si ritrovano insieme, tra speranze, contrasti e difficoltà quotidiane. Anche e soprattutto quelle che arrivano dal mondo degli adulti. Alcuni genitori, e persino qualche insegnante, contestano la scelta del tema della guerra, ritenuto troppo delicato per l’età dei partecipanti, altri spingono per ottenere ruoli di rilievo per i propri figli. Saranno proprio i bambini, allievi dei laboratori cilentani delle attrici Franca Abategiovanni e Marina Sorrenti, a ribaltare le esitazioni degli adulti, dimostrando una maturità sorprendente. Il musical va in scena, e veicola un messaggio universale: la pace è una responsabilità che appartiene a tutti.

 

MUSICA

Sono 7 i concerti della sezione Musica, tutti ospitati al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, ad eccezione di quello di Tony Hadley che andrà in scena il 24 giugno al Mercadante.

Dopo oltre dieci anni di sodalizio artistico, uno dei più originali interpreti della canzone italiana e cinque grandi musicisti di jazz si ritrovano per affrontare l’universo poetico di Lucio Battusti con “Pensieri e parole”, atteso il 21 giugno al Cortile della Carrozze. Gli arrangiamenti di Javier Girotto e il genio teatrale di Peppe Servillo riescono a tracciare un nuovo percorso suggestivo e inaspettato, attraverso venti grandi canzoni di Battisti. Da “Il mio canto libero” a “E penso a te”, il talento di Peppe Servillo (voce), Rita Marcotulli (pianoforte), Javier Girotto (sassofoni), Fabrizio Bosso (tromba), Furio di Castri (contrabbasso) e Mattia Barbieri (batteria) si mette al servizio di questo straordinario autore, abbattendo i confini che separano il mondo della canzone da quello del jazz e dell’improvvisazione. Per portare il pubblico in un territorio aperto: quello della grande musica e della magia dei suoni. 

Quaranta dita. Sono quelle dei 40 FINGERS, la band italiana che sta inanellando sold out in tutto il mondo. Matteo Brenci, Emanuele Grafitti, Enrico Maria Milanesi e Andrea Vittori, questi i nomi dei quattro musicisti che hanno dato vita a un quartetto di chitarre acustiche diventato in poco tempo un fenomeno crossover originale e globale. Oltre 400 milioni di visualizzazioni online, standing ovation nei teatri di Europa e non solo, collaborazioni con grandi artisti internazionali.  Al Campania Teatro Festival, il 23 giugno al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, appena reduci dalla lunga tournée australiana e da un concerto in Slovenia, propongono al pubblico napoletano le loro magistrali rivisitazioni e riarrangiamenti di grandi classici rock, pop e delle più amate colonne sonore cinematografiche e televisive: dai Queen ai Toto, da Simon & Garfunkel fino alle musiche leggendarie di John Williams. I loro videoclip hanno superato i 400 milioni di views online e il successo planetario è esploso definitivamente quando la loro versione di “Bohemian Rhapsody” è stata riconosciuta e condivisa ufficialmente dai Queen sul sito ufficiale della band, consacrando di fatto il loro talento. A settembre partirà il tour dei 40 FINGERS negli Stati Uniti, mentre a novembre sono previste le loro tappe asiatiche.

Oltre quarantacinque anni di carriera, un percorso internazionale segnato da canzoni entrate nell’immaginario collettivo e da un legame speciale con il pubblico italiano. Tony Hadley, senza dubbio una tra le voci più autorevoli e amate del panorama pop mondiale, sarà ospite al Campania Teatro Festival il 24 giugno al teatro Mercadante. Il titolo completo del concerto è “TONY HADLEY – An English Man in Italy con la FABULOUS TH BAND”. Accompagnato dalla sua inseparabile band, Tony Hadley proporrà dal vivo nuovi brani, affiancandoli ai grandi successi che hanno segnato la sua storia artistica. In scaletta troveranno spazio le canzoni che lo hanno portato ai vertici delle classifiche mondiali con la sua ex band, gli Spandau Ballet, tra cui “Through the Barricades”, “True” e “Gold”, accanto ai brani della sua carriera solista e ad alcune reinterpretazioni che da anni caratterizzano i suoi live. Come in ogni tour, Tony sarà affiancato da una formazione di musicisti straordinari con cui ha instaurato nel tempo un forte legame umano e una vera simbiosi sul palco.

Nella stessa serata di mercoledì 24 giugno il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale ospiterà “Estuario”, il concerto dei Constantinople, ensemble musicale capace di costruire ponti tra culture ed epoche. Kiya Tabassian, setar e voce, e Ablaye Cissoko, cantante e suonatore di kora, uniscono le correnti dei ricordi e delle loro colorate sonorità, intrecciano le loro storie. Proprio come accade in quel luogo magico che è l’estuario, dove l’acqua dolce incontra quella salata, evocando passaggio, rinnovamento e fertilità. Uno spazio di transizione e trasformazione, in viaggio verso mondi immaginari che si estendono tra la Persia e i regni Mandinka. Storie ispirate a figure di profonda nobiltà e umanità, reimmaginata attraverso un linguaggio universale. Anche grazie al talento di un eccezionale percussionista come Patrick Graham.

Il Cortile delle Carrozze ospita il 6 luglio il concerto per voci e strumenti “Carmina Desimoniana”, testi e musiche di Roberto De Simone, direttore e concertatore Alessandro De Simone. Un viaggio nell’immaginario sonoro e linguistico di quello che è stato uno dei più grandi protagonisti della cultura musicale e teatrale italiana. Dai brani nati con la Nuova Compagnia di Canto Popolare a capolavori assoluti come La Cantata dei Pastori, Gatta Cenerentola, Mistero Napolitano, Le 99 disgrazie di Pulcinella, fino alle musiche per film e per sceneggiati televisivi come “Fontamara”, l’evento diventa un excursus nella sua variegata e geniale produzione. Completano il programma, le rielaborazioni di arie del Settecento, connotate sempre da un’inesauribile vena creativa, e gli acuti scritti di De Simone sulla musica, sul teatro e sulla vita contemporanea. Gli interpreti sono Annamaria Colasanto, Raffaele Converso, Maria Letizia Gorga e Giovanni Mauriello. La voce recitante è quella di Franco Giovanni Iavarone.

“Womanity”, l’appuntamento del 7 luglio al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, è invece un progetto che nasce dal desiderio di valorizzare il talento femminile italiano attraverso una formazione composta interamente da donne. A partire da Letizia Gambi (voce e percussioni), cantautrice napoletana di formazione jazzistica che ha al suo attivo due candidature ai Grammy Awards e una alla Targa Tenco, ma anche da Elisabetta Serio, pianista e direttore musicale della band. Pronte ad accompagnare il pubblico in un viaggio musicale intenso e coinvolgente insieme a Federica Michisanti (contrabbasso), Katia Schiavone (chitarra), Caterina Bianco (violino e cori), Elisabetta Saviano (batteria). Tra jazz, poesia, sonorità del Sud Italia e atmosfere latine e caraibiche, il repertorio comprende reinterpretazioni di grandi classici italiani e napoletani, standard internazionali, composizioni originali di Letizia Gambi e musiche di Elisabetta Serio. Insieme a omaggi ad artisti che hanno profondamente influenzato il percorso umano e musicale delle sei interpreti.

Se Fassbinder trasforma “La bottega del caffè” goldoniana in “Das Kaffeehaus”, il regista Luca Iavarone fa il percorso esattamente opposto. Parte dalla “Kaffeekantate” che Johann Sebastian Bach compose tra il 1732 e il 1734 e ne ricava “’A cantata d’’o ccafè”, un’opera buffa napoletana contemporanea che va in scena il 12 luglio al Cortile delle Carrozze. La vicenda del testo originario è semplice e feroce. Un padre moralista e brontolone accusa la figlia Lisca di bere troppe tazze di caffè. Un vizio domestico che potrebbe celare sentimenti come il desiderio, l’autonomia e la possibilità che una donna scelga da sola. Smontando dall’interno il meccanismo comico ed esasperandolo fino a renderlo visibile, la nuova Cantata fa esplodere fino in fondo quella contraddizione un po’ misogina. E aggiunge tre intermezzi, sospensioni teatrali che attraversano l’immaginario napoletano popolare: un balcone eduardiano con la cucumella, un bar alla Totò e Peppino, una cella che rimanda al servile e grottesco secondino della canzone di Faber. A guidare questi slittamenti è Lalla Esposito, Narratore en travesti, mentre Luca De Lorenzo ed Ellah March interpretano gli altri due personaggi. Il libretto, liberamente tratto da Picander, è di Luca Iavarone e Tom Tea, impegnato anche alle tastiere. L’Orchestra è quella del Quartetto di Napoli, composto da Giorgiana Strazzullo, Lorenza Maio, Carmine Caniani e Veronica Fabbri Valenzuela. Produzione Opera Buffa Napoletana ETS.

La sezione Musica, come da apprezzata tradizione, comprende anche i concerti del Dopofestival a Palazzo Reale, il cui programma è in via di definizione. Un’occasione di incontro, a fine serata, per rilassarsi insieme, avendo anche la possibilità di incrociare gli artisti protagonisti degli spettacoli.


SPORTOPERA

Sono 5, ma a leggere bene potrebbero essere molti di più, gli eventi di Sportopera, la rassegna a tema sportivo affidata alla direzione artistica di Claudio Di Palma e organizzata da Vesuvioteatro, che avrà come unico scenario il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale. Un Festival nel Festival che quest’anno avrà come filo conduttore i numeri. Quelli che misurano la prestazione sportiva, qualificano il valore e l’esito del gesto atletico, ma spesso indicano anche l’identità di alcuni campioni: battezzeremo sempre il 10 Maradona o Pelé, il 23 Michael Jordan, il 46 Valentino Rossi o il 3 Baby Ruth nel baseball. In questa edizione di Sportopera -come sottolinea Di Palma- i numeri “si moltiplicano e assumono significati ulteriori: percentuali, categorie, giorni, anni, piazzamenti. Un perimetro che appare matematico e rigoroso, all’interno del quale però le cifre sanno ricombinarsi per indagare misteriose cavità dell’anima, per aprire inattesi universi paralleli”.

A salire sul ring per la prima ripresa della sezione Sportopera è il 29 giugno “ME, WE, ALĺ –Concerto”, melologo scritto e interpretato da Claudio Di Palma, che lo porta in scena con Enrico Valanzuolo (tromba), Gianluigi Montagnaro (effetti e voce), visual di Luigi Marmo. ME, WE è una poesia bisillabica, la più breve al mondo, composta dal genio della boxe Muhammad Alì. ME, WE, ALĺ è l’instancabile vocazione alla libertà di un ragazzino nero del Kentucky. I suoi tre round: un desiderio alle stelle che si realizza, uno storico rifiuto che lo sconfigge, l’inevitabile ritorno che lo rende eterno. ME, WE, perché il bene del singolo uomo corrisponda sempre al bene di una intera comunità.

Il 30 giugno, invece, si va subito a canestro con un tiro da tre punti. “NUMBER 23. Vita e splendori di Michael Jordan” di e con Federico Buffa, è il titolo dello spettacolo su un giocatore iconico come pochissimi altri nella storia dello sport mondiale. Le sue prodezze sul parquet dal 1984 al 2003 sono state linfa e traino della sua narrazione una volta diventato imprenditore, proprietario di uno dei marchi sportivi più riconoscibili al mondo. Quando arriva nella Lega riesce sin da subito a far capire a campioni dello spessore di Magic Johnson e Larry Bird quale sia la sua pasta, nonostante la giovane età. Una cavalcata che lo porta a vincere sei titoli NBA e ad infrangere record individuali e di squadra: numeri che raccontano soltanto in parte però la grandezza di un personaggio difficile da limitare e restringere all’interno del recinto delle statistiche. Al piano c’è Alessandro Nidi.

Nei giorni successivi, il 1° e il 2 luglio, i riflettori sono puntati su “Eptathlon”, con Silvia Ajelli, Linda Dalisi, Sara Lupoli, Annalisa Madonna, Fabrizia Sacchi, Giovanna Sannino e Caterina Tieghi. Sette stanze sportive al femminile, sette storie di esploratrici del tempo e dello spazio, sette numeri identificativi di una vita intera. Si parte dal 35 di “Una ragazza nel mare” di e con Fabrizia Sacchi. Trentacinque come le miglia che in quattordici ore e trentaquattro minuti percorse a nuoto la campionessa olimpica americana Gertrude Ederle. Trudy fu la prima donna ad affrontare, esattamente cento anni fa, la traversata della Manica stabilendo un tempo record assoluto, sia maschile che femminile. Impiegò infatti 14 ore e 34 minuti, un risultato che nessuno riuscì a migliorare fino al 1950. Morì nel 2003, aveva 98 anni. “La Quinta di Mahler”, con Caterina Tieghi, è invece liberamente ispirato al ritratto letterario che la giornalista Emanuela Audisio ha dedicato in un suo libro a Ekaterina Gordeeva, ex pattinatrice artistica su ghiaccio dell’Unione Sovietica, vincitrice di due medaglie olimpiche. Il riferimento numerico questa volta è , che non è da intendersi come piazzamento, ma come il giorno di gennaio che dà inizio al 1989. In quella occasione Sergej Grink'kov bacia la sua compagna di pattinaggio e di vita Ekaterina. Il destino oscilla sull'equilibrio miracoloso dei pattini, slitta pericolosamente sul ghiaccio e decide di far nascere, vivere, vincere, morire, perdere e rinascere. Sergej scomparve a soli 28 anni nel 1995 per un attacco cardiaco, Ekaterina si esibì per lui danzando sulle note della famosa sinfonia del compositore austriaco, cercando con le braccia qualcuno che non c’era più. Altri due profili letterari a carattere sportivo, quelli che Emanuela Audisio ha dedicato rispettivamente ad Ana Fidelia Quirot e a Kerri Strug, hanno liberamente ispirato “Fidelia” con Annalisa Madonna e “Un altro salto buono” con Silvia Ajelli, che ne ha curato anche l’adattamento. Nel primo si racconta la storia dell’atleta cubana che, dopo aver vinto negli 800 metri una medaglia d’argento ai Mondiali del ’91 e un bronzo alle Olimpiadi dell’anno successivo, subì un terribile incidente domestico con ustioni che coinvolsero il 38% del corpo. Era incinta, e le fiamme penetrarono a fondo, fino a raggiungere la sua bambina che morì una settimana dopo. Le gambe, almeno quelle, erano salve. Compiranno ancora per anni il doppio giro di pista e sapranno essere, su quella distanza, le più veloci del mondo. Kerri Strug era invece una delle “magnifiche sette” della squadra americana di ginnastica artistica alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, protagonista di una vicenda sportiva leggendaria. Dopo essersi infortunata alla caviglia sinistra nel primo esercizio, è costretta al secondo volteggio gareggiando su un piede solo, resistente, ostinato, che tiene in asse l’orgoglio di una squadra, di un’intera nazione e anche di uno spietato torturatore. Il punteggio finale della giuria è 9,712, e tanto basta per consegnare agli Stati Uniti l’oro olimpico, interrompendo il dominio dell’Est. “Coppi e il diavolo” di Gianni Brera ha invece liberamente ispirato “Giulia”, coreografia e interpretazione di Sara Lupoli. Dopo 270 chilometri di pedalate, Fausto Coppi diventa campione del mondo a Lugano nel 1953. Al traguardo, una donna bellissima ha un soprabito bianco di gran taglio, il campione una maglia, anch’essa bianca, ora attraversata dall’iride. Il frullio della bici si muta. Il campione finisce. Resta memoria di una cappa bianca e di una Bianchi. F12 è la categoria paralimpica del getto del peso per ipovedenti.  E “Un lancio nel buio” è il titolo del testo di Antonio Marfella, interpretato da Giovanna Sannino. Un’atleta vìola lo spazio buio dei suoi occhi mirando lontano. Dimentica la sua aspirazione di bambina: correre e saltare. Fa volare un peso, ora. Lo lancia lontano, molto lontano, sul limite del mondo, dove solo lei può vederlo. Accadde alle ultime Olimpiadi, quelle di Parigi: una pugile italiana, Angela Carini, abbandona il ring e il sogno olimpico dopo 46 secondi. Getta la spugna, come si dice, dopo aver ricevuto due soli pugni dall’algerina Imane Khelif. A quell’episodio, che ebbe vasta eco sui media di tutto il mondo, fa riferimento “Intersex” di e con Linda Dalisi. Quei pugni li ha scagliati un’altra donna? Non è una donna? Testosterone naturalmente alto dell’una o infima etica di qualche suggeritore dell’altra? Sullo sfondo la boxe: solitudini e cazzotti… incassati, inferti, delusi.  
Le scene di “Eptathlon” sono realizzate dagli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, cattedra del professor Luigi Ferrigno.

Il 3 luglio, infine, si celebrano i “Cent’anni di moltitudine”, laboratorio-spettacolo a cura di Manuel Di Martino dedicato alla Società Sportiva Calcio Napoli, nata nel1926. Una ”festa azzurra”, per esplorare la fisiologia del fenomeno tifo inserito nella realtà napoletana, l’occasione per ripercorrere miti, storie e simboli di una lunga ed inspiegabile fede.  In cento anni, sugli spalti dell’Ascarelli poi Partenopeo, del Collana, del San Paolo ora Maradona, e nei bar, alle edicole, in strada, in città, in provincia, all’estero, oltreoceano, si sono succedute moltitudini di persone impegnate a generare ininterrottamente moltitudini di opinioni, emozioni, speranze, felicità, angosce, scrupolosi riti quotidiani. Generazioni e generazioni si sono tramandate con puntualità impressionante una sorta di credo e di gioiosa condanna, si sono fatti interpreti ideali di quella che Pasolini avrebbe definito poi l’ultima sacra rappresentazione del nostro tempo: Il Calcio … Napoli!  Con Pasquale Aprile, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Simona Fredella, Carlo Gertrude, Valentina Martiniello, Mario Meles, Francesca Piccolo, Dario Rea, Federico Siano. Testi di autori vari, musiche di Gianluigi Montagnaro. Scene degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, cattedra del professor Luigi Ferrigno.

 

LETTERATURA

Vesuvioteatro, come da virtuosa tradizione, organizza anche la sezione Letteratura, affidata alla competenza appassionata dello scrittore Silvio Perrella. Un segmento importante del Festival, in programma dal 17 al 20 giugno nel Giardino Romantico di Palazzo Reale, che in questa edizione avrà come trama poetica il Ma’, un monosillabo che-come spiega lo stesso Perrella-può avere molti significati: “Il Ma’ lo vedi sulla pagina e non sai davvero da dove cominciare. È un avvertimento, uno sbuffo, l’inizio di un attacco d’ira? Grammaticalmente ci troviamo dinanzi a una congiunzione di tipo avversativo; il ma ci viene alle labbra quando abbiamo la necessità di precisare qualcosa, facendo fare alla frase una curva improvvisa, una parabolica di precisazioni. I ma nell’oggi proliferano, s’infittiscono; visto che nulla va come dovrebbe andare, eccoci a pronunciare questa molecola linguistica al contempo allargando le braccia in segno di resa. Ma’! Ma’ è anche la prima sillaba che pronunciamo lallando in attesa di dire mamma: ma’. E in un processo insieme antico e futuribile ci sentiamo più a nostro agio pensando a una Matria che accolga, piuttosto che a una Patria che divida. Ma’ è anche l’iniziale della parola mare; e in genovese basta metterci su un doppio accento e le scoscese strade che portano al mare prendono il ritmo della musica e della voce di Fabrizio De André. Sono solo alcuni esempi di come una piccola sillaba possa mettere in moto un processo immaginativo che proveremo a condividere con gli spettatori della nostra rassegna di poesia”.

Il primo “Ma’”, il 17 giugno, sarà “Ma’ come mamma”, l’appuntamento dedicato a Elio Pecora, il poeta, scrittore, saggista e critico letterario che ha corso “l’avventura di restare”, come da geniale titolo che fa da forziere ai versi della sua vita, pubblicati nel 2023, poco prima di farci perdere nella magìa dell’ultimo “Labirinto”. E l’ha fatto con una naturalezza e una libertà non usuali. In lui la madre biologica e le madri letterarie – Elsa de’ Giorgio, Elsa Morante, Amelia Rosselli – si sono fuse in una ricerca incessante di una cadenza che potesse accompagnare gesti e sentimenti, trasformandosi in un canto.

Il secondo evento, in programma il 18 giugno, è “Ma’ come mare-Fabrizio De André e Alvaro Mutis”. Capolavoro della musica che mescola etnia e universalità, “Creuza de ma” è un inno al mare, alle sue onde, all’andirivieni tra costa e infinito. E va intimamente accostato ad “Anime salve”, che nasce anche dall’innamoramento per “Maqroll il Gabbiere” dello scrittore colombiano, uno dei giganti della letteratura ispanoamericana. Li riascoltiamo insieme alla guida di Federico Vacalebre e alle letture di Enzo Salomone

Il 19 giugno è il giorno di “Ma’ come Matria” con Hisam Jamil Allaw. Il poeta curdo siriano scrive nel suo “Matria”, intensa silloge pubblicata recentemente da Infinito Edizioni, “La patria prima di essere una terra / è una donna che trasforma l’assenza in presenza / e la presenza in una preghiera / che si sussurra solo nel silenzio del cuore”. Hisam Jamil Allawi prova a dire in una lingua straniera quali sono i suoi sentimenti di esule e, ripiantandosi in territorio italiano, rivergina la nostra lingua e ci pone domande essenziali alle quali ci siamo dimenticati di rispondere da troppo tempo.

“La tebría è formata da due versi generalmente composti in lingua hasaniya dalle donne del deserto, tra il sud del Marocco, Walata, Tishit, Wadan e Timbuctù”. Così Ismaël Diadié Haïdara, costretto all’esilio e ospite il 20 giugno di “Ma’ come Mali”, ultimo evento della sezione Letteratura, spiega in poche parole che cos’è questo genere poetico. Una sorta, potremmo aggiungere, di haiku africano. Haidara, che ha sposato la forma delle Tebrae e ne ha fatto uno strumento di libertà e speranza, ha fondato una biblioteca con oltre 12mila volumi appartenuti ai suoi antenati.

 

CONTEST ANM

Il Giardino Romantico di Palazzo Reale è anche lo scenario dal 22 al 28 giugno delle letture drammatizzate dei racconti selezionati per il contest “Emozioni in viaggio”, organizzato dall’Azienda Napoletana Mobilità (Anm) e dalla Fondazione Campania dei Festival in collaborazione con Mondadori | MA della Galleria Umberto I di Napoli. Elaborati ambientati nei mezzi e/o nelle stazioni ANM che hanno come focus il tema dell’inclusività, valore cardine e tratto distintivo della mission dell’Azienda Napoletana Mobilità, che ogni giorno si impegna a rendere il trasporto pubblico uno spazio accogliente, aperto e accessibile a tutti. A leggere i testi saranno Marco Napolitano, Barbara Lauletta, Antonio Di Criscito, Teresa Perna, Marco Gallotti, Emanuele Zappariello, Eliseo Fusco, Serena Catapano, Luigino Palermo, Ludovica Franco, Rosa Cerullo, Martin Cristofaro, Irene De Rosa e Gaia Parlato. La direzione artistica è di Nadia Baldi.

 

 OSSERVATORIO

Sono 18 gli spettacoli di Osservatorio, la sezione che il Festival dedica alle giovani Compagnie e a un futuro che è già presente. Cinque di questi provengono direttamente da “Quartieri di vita. Life infected with social theatre!”, il Festival di formazione e teatro sociale ideato da Ruggero Cappuccio che mette in relazione artisti campani ed europei che operano in realtà analoghe per disagio e fragilità. Come “In Ponticelli everything is fine”, un progetto a cura di Jan Horák (Repubblica Ceca), con la regia di Giulia Amodio dell’Associazione NEA (Napoli Europa Africa), che nasce da un’esperienza laboratoriale ed estrae riferimenti da “La Metamorfosi” di Franz Kafka, l’universo inquieto e visionario di “Eraserhead – La mente che cancella” di David Lynch e le esperienze personali dei partecipanti al workshop, dando vita a un racconto in cui la collettività è la somma delle esperienze dei singoli, fatta di corpi che mutano, identità frammentate e relazioni attraversate dal malessere contemporaneo. Uno sguardo poetico e perturbante sulla vita nella periferia est di Napoli, che vede coinvolti in prima persona gli abitanti del territorio. In scena il 13 giugno al teatro Tedér.

Da un laboratorio di “Quartieri di Vita”, quello che Nicola Nicchi e Viviana Altieri hanno tenuto con un gruppo di adolescenti provenienti da contesti sociali eterogenei e spesso fragili”, nasce anche “Lisistrata” della Compagnia Stabile Solot, in scena il 13 giugno al Teatro Mulino Pacifico di Benevento. Uno spettacolo costruito a partire dallo spazio che lo accoglie, lasciando che la sua struttura e la sua atmosfera diventino parte integrante della drammaturgia. In questa visione, l’Acropoli coincide fisicamente con l’edificio del Mulino Pacifico, e l’occupazione messa in atto dalle donne diventa così un gesto concreto, immediato e perfino tangibile. Con il pubblico direttamente coinvolto in questo passaggio da una dimensione più raccolta e rituale a una vera e propria conquista del centro dell’azione.

Un gruppo di adolescenti legati da dinamiche di branco e bisogno di appartenenza. Durante una notte nel bosco, uno di loro scompare dopo un gioco troppo pericoloso. Convinti di averlo ucciso accidentalmente, i ragazzi entrano in uno stato di panico collettivo. Tutti partecipano alla costruzione di una menzogna comune e la paura di essere scoperti conta più della verità o della vita umana. È questo il plot narrativo di “Il D.N.A. dei Bonobo”, lo spettacolo con la regia di Roberta Prisco, esito del laboratorio curato con Roberta Massari e Alina Pietrăreanu (Romania) che è in programma il 14 giugno nel teatro dell’associazione Vernicefresca ad Avellino. Al centro dell’opera, che evita qualsiasi giudizio morale esplicito, c’è la pressione sociale che dissolve l’identità individuale. La violenza non nasce da cattiveria allo stato puro, ma da conformismo, paura e istinto di conservazione.

Ha origine da un processo di creazione condivisa anche “È da una voce che nasce il coraggio”, lo spettacolo con la regia di Gina Ferri e Frederico Araujo (Fiandre) che si potrà vedere il 20 giugno alla Sala Pasolini di Salerno. Un percorso-laboratorio che porta in scena, grazie all’incontro tra le associazioni Traversarte e La Tenda Centro di Solidarietà Odv, minori stranieri non accompagnati e persone con disturbi da dipendenza. Uno spazio teatrale condiviso nel quale l’arte, il gioco e l’improvvisazione diventano strumenti di connessione e di ascolto. Dando vita non ad una rappresentazione realistica del disagio, e neppure a una narrazione costruita sul trauma, ma a un vero e proprio atto di resistenza e di tenerezza. Un gesto politico e umano.

Il Parco urbano di Coppola Pinetamare, in provincia di Caserta, ospita invece l’11 luglio “Bambole Dolls”, un progetto di Chrisss Costa (Polonia) e di Antonio Nardelli dell’associazione Teenspark di Grazzanise (Ce). Una serie di dieci momenti narrativi vibranti, talvolta volutamente involuti o astratti, che riflettono la complessità del vissuto di dieci giovani attori provenienti da quattro diversi continenti. Un’avventura nel terreno impervio del dialogo e della pluralità, dove i protagonisti danno corpo e voce a temi attuali e spesso sommersi: l’identità di genere, il peso soffocante della mascolinità tossica, le aspettative sociali che agiscono come fili invisibili su marionette moderne. Dimostrando, una volta di più, che il teatro sociale è prima di tutto un percorso di crescita e risonanza umana.

Un itinerario che trova nuova linfa in “Creative Compass Georgia”, progetto internazionale di mobilità artistica e cooperazione culturale promosso dalla Fondazione Campania dei Festival e sostenuto dal Goethe-Institut e da Creative Europe. Il progetto mira a favorire l’incontro tra artisti, attivisti culturali e operatori sociali georgiani e le realtà artistiche e comunitarie attive in Campania, attraverso un programma di residenze immersive dedicate alle pratiche performative partecipative, al teatro sociale e ai processi culturali orientati all’inclusione. Il programma, che prevede una prima sessione durante il Campania Teatro Festival, ospitata dal 15 al 22 giugno al teatro Mulino Pacifico di Benevento, e una seconda sessione nell’ambito di “Quartieri di Vita”, tra ottobre e novembre, è un’occasione di confronto e sperimentazione condivisa con artisti e professionisti provenienti dalla Georgia, impegnati nei campi del teatro civico, delle arti performative, delle pratiche comunitarie e dell’attivismo sociale. Tra i partecipanti alla prima fase delle residenze vi sarà Khvicha Vashakmadze, artista multidisciplinare originario di Kutaisi. Tra i progetti sviluppati nell’ambito di questa prima fase vi è anche “Invisible Work Invisible Art”, ideato da Ina Charkviani e dedicato al lavoro invisibile delle lavoratrici domestiche migranti e alle forme artistiche che emergono dalle loro esperienze quotidiane di cura e migrazione. Attraverso opere tessili, disegni, manufatti e momenti di confronto pubblico, il progetto crea uno spazio di riflessione sul rapporto tra lavoro, identità, invisibilità sociale e autodeterminazione femminile.

La sezione Osservatorio ospita quest’anno anche lo spettacolo degli allievi dell’Accademia teatrale del Mercadante diretta da Arturo Cirillo. Al Ridotto del Mercadante il 17 e il 18 giugno si potrà vedere “Quindici ragazze con qualche esperienza”, tratto da “Festa al celeste e nubile santuario” e “Ragazze sole con qualche esperienza”, capolavori teatrali nati dal talento geniale di Enzo Moscato. Cirillo, che ha curato drammaturgia e regia, rende omaggio al grande autore napoletano affidando ai giovani artisti della Scuola del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale due testi tra i più emblematici del grande autore napoletano scomparso nel 2024. Un lavoro che assume una dimensione corale, meno psicologica e individuale, fuori dall’io e più attenta al noi. Da accogliere, ascoltare e guardare, come scrive Arturo Cirillo nelle note di regia, “stando dentro e fuori dal senso, per trascendere e divertirsi, andando altrove, dove non sempre si sa. Ma anche qui sta il bello: la formazione come viaggio nello sconosciuto, per conoscere sé stessi e chi ci sta attorno, per fare teatro insieme”.

“Atto senza parole” di Samuel Beckett, libero adattamento e regia di Antonio Iavazzo, è la proposta del 21 giugno nel Palazzo Fazio di Capua. Due uomini in scena, nascosti al mondo nei loro involucri-placenta. Si (ri)svegliano a turno, al suono di un’inquietante sirena, e si apprestano a una stanca e ossessiva ritualità. Si muovono, inciampano, cadono, si lavano, si vestono, si meravigliano della loro stessa inadeguatezza esistenziale. Il minimo vitale per portare a termine il parto che il bios chiede a ciascuno di noi. Procedono per tentativi, a tentoni, con un effetto a volte clownistico e comico che dà forse l’esatta misura della cifra poetica di questo capolavoro del teatro dell’assurdo. Dove due sguardi bambini giocano a vivere, senza passato e senza aspettarsi null’altro che una perenne sospensione del giudizio. Soli, ma tuttavia connessi con l’umanità e con il tutto. Gli interpreti sono Gianni Arciprete e Gennaro Marino.

Alfonsina Strada, nata a Castelfranco Emilia, è stata la prima e unica donna a partecipare al Giro d’Italia. Accadde nel 1924, negli anni del fascismo, e fu un momento storico per l’emancipazione femminile del nostro Paese. Tra i 90 iscritti a quella edizione, solo in trenta completarono la gara. Tra questi proprio Alfonsina, che affrontò poi i tanti drammi della sua vita con la stessa determinazione con la quale aggredì i 3613 chilometri di quella competizione a tappe e i pregiudizi dell’epoca. A lei, la sezione Osservatorio dedica 2 spettacoli. Il 22 giugno al Tedér va in scena “Alfons(in)a” di Marta Bulgherini, che ne è anche interprete con Diego Frisina. La storia di una donna che diventa quella di tutti noi, e del nostro bisogno di vite sensazionali, lieti fini, ordine, costi quel che costi. Una biografia che riesce ad essere tale solo in parte, divenendo in realtà un flusso di coscienza su cosa nasconda la necessità contemporanea di approcciarsi a esistenze mitiche (o presunte tali). Un turbinio di pensieri che ha l’intento di tradire il mainstream per lasciarsi andare a un’analisi più autoironica e dissacrante. Le musiche originali sono di Enrico Morsillo. Cinque giorni dopo, 27 giugno, sempre al Tedér si potrà vedere “Alfonsina. Non puoi fermare il vento con le mani”, la pièce che Marilena Lucente ha dedicato a sua volta a questa autentica pioniera, vera e propria suffragetta a pedali. Per farla stare nell’elenco dei corridori la iscrissero con il nome di Alfonsin, eliminando l’ultima vocale. Ma quello che non riuscirono a toglierle fu una grinta senza eguali e una determinazione che le consentirono di riuscire in un’impresa considerata impossibile. Anche quando il suo nome sembrò svanire nel silenzio, lei continuò a sfidare sé stessa e il mondo sotto i tendoni del circo. Perché Alfonsina, interpretata in questo secondo spettacolo da Anna Bocchino, sapeva una cosa: il vento non si può fermare con le mani. La regia è di Roberto Solofria.

Un progetto sul potere che, prendendo a pretesto lo spaccato storico della Napoli del 1789, racconta l’Italia contemporanea. Lo spettacolo, in programma al Tedér il 26 giugno, è “Queen bidet” di Fabio Casano, che ne è anche interprete con Chiarastella Sorrentino. Al centro della pièce, con la regia di Gennaro Maresca, c’è la regina Maria Carolina D’Asburgo, la prima regnante a introdurre un bidet nei suoi palazzi, ma soprattutto una donna amante della cultura, che promosse l’apertura di giornali di informazione a Napoli, sostenne l’emancipazione femminile e morì esule in Sicilia ai margini di un’Italia pre-unificata. Quell’oggetto che ha tanto desiderato, conosciuto ai più come “strumento di lavoro da meretricia”, assume dunque un significato simbolico e gioca un ruolo importante anche quando il popolo, che l’aveva accolta con favore e devozione, diventa massa rivoluzionaria e le si rivolta crudelmente contro.

Una conferenza stampa convocata dopo 164 anni. È quella indetta da Sua Altezza Reale Francesco II di Borbone in “E adesso parlo io”, lo spettacolo scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, in programma il 29 giugno al teatro Tedér. Franceschiello, ultimo re delle Due Sicilie, sovrano mite e sfortunato che salì al trono giovanissimo e dopo poco più di un anno e mezzo vide il suo regno travolto dall’avanzata sabauda, vuole chiarire, argomentare, raccontare come gli eventi della Storia abbiano confermato le sue preoccupazioni: il suo popolo, dice, soffre ancora oggi le conseguenze di quell’invasione. Non chiede nulla per sé, non reclama troni o vendette, ma desidera soltanto una nuova primavera per la sua terra e per quella gente che non ha mai smesso di amare. Nel ruolo di Francesco II c’è l’attore Nicola Paduano. I giornalisti, pronti a prendere appunti per realizzare un’intervista impossibile, sono Roberto D’Alessandro, Luca Faustinella ed Emilio Russo.

“Amártēma”, testo e regia di Anna Orabona e Arianna Moffa, è invece la proposta del 1° luglio in Sala Assoli. Una reinterpretazione del “Macbeth” di Shakespeare in chiave di teatro - danza, che assume i caratteri di una tragedia contemporanea e ci interroga sul concetto di colpa, come da greco antico del titolo, ampliando lo spettro d’indagine al libero arbitrio, alla libertà e a una responsabilità che non è solo individuale, ma diventa anche collettiva. Gli attori sono Francesca Zampelli, Silvia Mormile e Domenico Riccio. Il corpo di ballo è composto da Giorgia Aiello, Anna Simeoli, Chiara Monda, Flavia Maezza e Stefania Palumbo e Sara Palombini. Le coreografie sono di Arianna Moffa, le musiche di Gabriel Miranda.

La maternità non programmata, il rapporto genitori-figli, il passare del tempo, il bisogno primario di essere amati, il potere di fare o non fare, far credere o non far credere. Sono i temi portanti di “Il panico totale”, con Sara Missaglia, testo e regia di Giovanni Meola, in programma il 2 luglio al Tedér. L’incontro-scontro tra una madre, donna in carriera e quasi quarantenne, e una figlia, nata dalla relazione con un compagno che sparisce un attimo dopo il parto. Un gioco al massacro, dove le due donne si perdono e si ritrovano più volte, ma dove nulla è davvero come viene raccontato. Ci sono cose che nessuna sa davvero comunicare all’altra, mentre aleggiano come fantasmi gli uomini delle loro vite.

Un canto spezzato e feroce sull’eredità delle parole, sulla violenza involontaria dell’amore, su ciò che passa da una generazione all’altra senza essere davvero compreso. C’è tutto questo in “Igor” di e con Bruno Buonomo, lo spettacolo con la regia di Michele Pagano che si potrà vedere il 3 luglio al Tedér. Un lavoro teatrale basato sul gesto ostinato di un padre che continua a cercare un figlio là dove non può più raggiungerlo. Nei ricordi, nelle frasi rimaste a metà, nelle parole insegnate e poi temute, nei dettagli che sopravvivono quando tutto il resto è crollato. Perché ciò che voleva proteggere può ferire, e quello che voleva formare può fermare, pesare come un destino. Non c’è assoluzione, nessuna spiegazione basta, e ogni memoria consola e accusa. Soltanto una ferita che resta aperta, senza che arrivi risposta a una voce che continua a chiamare.

La rilettura di una famosa commedia di Aristofane è “Dimenticata Pace”, drammaturgia e regia di Raffaele Parisi, lo spettacolo in scena il 4 luglio al Tedér. Un progetto, a cura di Murìcena Teatro, concepito per e con artisti non vedenti e ipovedenti. Il Trigeo dell'originale aristofaneo - il vignaiolo che, dinanzi all'inevitabilità della guerra, sceglie di non restare indifferente - diventa qui un mendicante che, accompagnato da Nuvola, meraviglioso cane guida, conduce gli spettatori in un cammino condiviso per ritrovare Eirene, dea della pace. Andare oltre lo sguardo significa dunque andare oltre la propaganda, oltre ciò che appare ovvio, restituendo allo spettatore un ruolo attivo, critico e cosciente. Ma vuol dire anche attivare gli altri sensi, e con essi la memoria, le emozioni e la presenza corporea che ne derivano. La musica dal vivo accompagna l'intero percorso, in uno spazio performativo dove la linea di confine tra interpreti e pubblico si annulla.

La Compagnia Artenova, con la regia di Gino Auriuso prosegue il lavoro di riscoperta, in chiave moderna, dei classici italiani del ‘900, troppo spesso legati ad immaginari ormai abusati e rimasti per lungo tempo imbrigliati negli ingranaggi dell’estetica del secolo breve. E così può essere un’autentica sorpresa scoprire che “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, in programma il 5 luglio al Tedér, è spaventosamente attuale. Il salotto di casa Fiorica, teatro della vicenda di Beatrice, la donna che il marito tradisce con la moglie dello scrivano Ciampa, viene qui aggiornata agli usi e ai costumi di oggi, offrendo frammenti di un’esistenza qualunque, incubi di un mondo nel quale a essere vivi, veri e riconoscibili, sono soltanto gli oggetti. Con Irma Ciaramella, Ivano Falco, Marina Zanchi, Gioele Rotini e Ottavia Orticello.

Dipendenti sotto torchio perché non amano abbastanza il proprio lavoro, professionisti della procreazione assistita che scoraggiano la genitorialità, mercati immobiliari impazziti, guerre all’orizzonte. Scene e frammenti che dipingono l’affresco di una umanità al collasso in “Ramanzine-o è un peccato che sia andata così”, scritto da Diego Frisina e con la regia di Silvia Ignoto. La pièce, in cartellone al Tedér il 6 luglio, non ha una storia nel senso aristotelico del termine, ma contiene tante variazioni sul tema. Anzi, è lo spettacolo stesso ad essere una ramanzina, che vuole lasciarci con il dubbio (e forse la speranza) che siamo ancora in tempo per agire ed evitare di ritrovarci a dire con nostalgia, quella di un passato che forse non è mai veramente esistito: è un peccato che sia andata così. In scena, con l’autore e la regista, c’è anche Tullia Pagano. Spero di aver scritto tutto bene, e che non ci siano ramanzine….

Un atto unico immerso in un’atmosfera profondamente metafisica, ambientato su una spiaggia abbandonata che si presenta come spazio sospeso e fuori dal tempo. È il luogo, calato in un eterno presente, dove si svolge l’azione scenica di “Dall’alto, le nuvole” di Alessandra Mirra, che è anche regista dello spettacolo in scena il 7 luglio al Tedér. Un dramma onirico e simbolico sull’impossibilità di comprendere il mondo dall’alto e sulla necessità di sprofondare negli abissi per ritrovare la vita. Tre i personaggi di questo sogno surreale: Flaming, il pittore che non ha mai dipinto un quadro; Cossu, un gigante che si definisce pescatore solo perché conduce un’esistenza di attesa; ed Elvira, un’astronoma confinata in un soffitto di tende bianche, che osserva il mondo attraverso un binocolo e non ha mai toccato la terraferma. L’intero lavoro teatrale è dunque costruito su una dialettica tra elevazione e caduta. Tutto ciò che è “alto” (Elvira, la ragione, la scienza) è in realtà prigionia. Tutto ciò che è “basso” (Cossu, mare, sabbia) è vita e liberazione. L’arte, rappresentata da Flaming, è la mediazione impossibile tra i due poli. Con Manuel Mazzia, Natalia Pina e Damiano Spitaleri. Produzione Diana Oris


DANZA

Quattro sono gli spettacoli della sezione Danza. Oltre al già citato evento Internazionale con la Compagnia di Sergio Bernal, il Campania Teatro Festival propone altri tre appuntamenti da non perdere.

Il primo è in programma il 16 giugno al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, dove si potrà assistere a “Àgape | the cosmic ballroom”, coreografia e concetto di Luna Cenere. Una riflessione sull’ordine dell’universo, dove tutto si muove su una frequenza, un’energia sottile, invisibile, che si manifesta nel tempo e nella cura.  In scena il corpo diventa luogo di attraversamento e materia sensibile. I danzatori Ilaria Quaglia e Davide Tagliavini, in armonia con la musica e la performance dal vivo del compositore di elettroacustica di fama internazionale Renato Grieco, abitano uno spazio in continua trasformazione, attraversato da rifrazioni, trasparenze e vibrazioni luminose generate dall’installazione scenica firmata da Sara Palmieri e dal disegno luci di Nicola Mancini. Il suono, il respiro e il ritmo condiviso aprono un paesaggio percettivo che invita lo spettatore a sostare in una dimensione sospesa, in cui i confini tra umano e cosmico sembrano assottigliarsi. La danza diventa così un dispositivo capace di evocare una memoria arcaica e collettiva, riportando il corpo alla sua natura più vulnerabile e universale. Alla ricerca di un amore trascendentale, l’agape per l’appunto.

“En retrait”, locuzione francese che indica lo stare all’indietro rispetto a una realtà di riferimento e a una postura di primo piano, è il titolo dello spettacolo della coreografa e performer francese Laura Simonet, in programma il 25 giugno con due repliche al teatro Tedér. Un lavoro, che ha la collaborazione artistica di Sara Palmieri e la drammaturgia del suono di Giulio Nocera, dove il corpo è il “punto zero” della ricerca, per indagare sulla capacità di sentire sé stessi e di esistere attraverso la “carne”. Punto d’appoggio ai margini del mondo, là dove si esercita la solitudine ed emergono le grandi questioni, là dove l’anima pesa. La corporeità viene quindi affrontata da un punto di vista intimo e non solo, quando affiora il tormento originario dell’essere incarnato. La solitudine del corpo si fa eco dell’assolo, nel quale l’atto performativo viene contemplato attraverso la sua capacità a porre la questione dell’esistenza. Risvegliando il dubbio e rimuovendo ogni senso di ovvietà.

La grande danza iberica sarà presente al Festival l’8 luglio al teatro Politeama di Napoli con “Rango, Suite Flamenca, Bolero” della Sergio Bernal Dance Company. Il famoso ballerino spagnolo, insieme ad Alvaro Madrid Morillo, Francisco José Linares Moreno, Héctor Martinez Pérez, David Lorden González, David Acero Delgado, Guillermo Castillo Gutiérrez, Cristina Carnero Barco, Ana del Rey Guerra, María Fernández García, Alejandra De Castro Pasca, Esmeralda Manzanas Sánchez e Cristina Cazorla García, proporrà al pubblico del Campania Teatro Festival “Rango” e “Bolero”, due coreografie di Rafael Aguilar,  e la “Suite Flamenca” che lo stesso Sergio Bernal ha creato con Ricardo Cue, Antonio Ruiz Soler e Jose Manuel Álvarez. “Rango” è liberamente ispirata a “La casa di Bernarda Alba” di Federico Garcia Lorca, mentre “Bolero”, omaggio all’eredità di Aguilar, è una delle grandi opere del repertorio della danza spagnola contemporanea. Creato nel 1987 e presentato sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, questo lavoro sprigiona tutta la potenza di un ensemble coreografico spinto ai propri limiti, in un crescendo ipnotico che unisce precisione, forza e sensualità. Completa il programma la “Suite Flamenca” con Sergio Bernal, esplosione di vitalità allo stato puro. I musicisti sono Daniel Jurado (chitarra) e Javier Valdunciel (percussioni), il cantaor Roberto Lorente.

“Equilibrio dinamico: Capitolo XV (LA)HORDE / JILL CROVISIER”, chiaro riferimento ai 15 anni di attività, ricerca e visione artistica della Compagnia di danza Equilibrio Dinamico, è la proposta del 10 luglio al teatro Mercadante. Un traguardo che la direttrice artistica Roberta Ferrara ha deciso di festeggiare unendo in un unico spettacolo due produzioni firmate da realtà importanti della scena coreografica europea contemporanea: il collettivo francese (LA)HORDE e la coreografa lussemburghese Jill Crovisier. Del primo, Equilibrio Dinamico Dance Company acquisisce e integra nel repertorio “People used to die”, una performance che si sviluppa attorno al movimento Mainstream Hardcore, reinterpretando i gesti dell’Hardjump, dell’Hakken (scena gabber) e del Jumpstyle. La regia e la coreografia sono di Marine Brutti, Jonathan Debrouwer, Arthur Harel, Céline Signoret, la musica è di Guillaume Rémus. “MAHALAGA Landscapes” di Jill Crovisier è invece un’opera ispirata alla riserva naturale e al patrimonio industriale della città natale della coreografa, situata nel sud del Paese. Un rituale di danza contemporanea che ci riconnette alla natura e ai nostri istinti tribali, facendo da ponte tra le persone e le loro storie. Due scelte che riaffermano la vocazione internazionale di Equilibrio Dinamico, per dare vita, come scrive Roberta Ferrara nella sua introduzione, a “una serata che intreccia memoria, visione e attraversamenti: un doppio sguardo sul repertorio che diventa spazio vivo, condiviso e rigenerativo”. 

 

MOSTRE

Sono tre le mostre fotografiche del Campania Teatro Festival 2026, tutte ospitate dal 13 giugno al 12 luglio al Vico Mauriello di Palazzo Reale. Con “Jazz: La pellicola del suono”, il fotografo Salvatore Pastore racconta, attraverso una selezione di stampe fine art, la stagione del jazz tra il 1990 e l’inizio del Duemila: dall’energia di Pat Metheny al Palapartenope alla poesia di Michel Petrucciani all’Augusteo, e poi Wayne Shorter, Charlie Haden, Kenny Barron, Billy Cobham, Chick Corea, Ron Carter, Bob Berg, Toots Thielemans, accanto a figure della scena jazz italiana come Enrico Pieranunzi, Peppe Servillo, Fabrizio Bosso, Javier Girotto. Le immagini, scattate live nei club e nei festival, testimoniano un momento in cui spazi come l’Otto Jazz Club, il Bourbon Street e il Pomigliano Jazz fecero del territorio campano un crocevia jazzistico internazionale. Lungo il percorso, accanto a ciascuna fotografia, un QR code consente di ascoltare i brani di quel periodo musicale, ricomponendo per il visitatore il legame tra immagine e suono.

“Siria” è invece la proposta di Romeo Civilli. La Siria di oggi è il risultato di 14 lunghi anni di guerra. Quasi tre lustri nei quali la popolazione è stata distrutta, annientata e divisa, uccisa e lesa di qualsiasi diritto umano. I volti di questa mostra raccontano i primi giorni dopo la caduta del regime, fotografie autentiche che sono riuscite ad immortalare le emozioni di chi è sopravvissuto, di chi ha combattuto e di chi è stato liberato dalla prigione di Sednaya. Nell’ambito di un lungo viaggio di analisi introspettiva della popolazione siriana, Civilli ha saputo cogliere con i suoi scatti l’essenza di chi la vita l’ha strappata alla morte. Le foto racchiudono l’anima e non solo i volti della rivoluzione, volti che ci parlano della resistenza ma anche della resilienza, espressioni delle anime di chi ancora crede in un avvenire possibile. Dalle macerie della Siria distrutta, da Damasco alla città di Hama, da Aleppo ad Idlib fino al più sperduto villaggio, gli occhi sono tutti puntati sull’orizzonte, sul futuro, quel futuro che per 14 anni ha atteso la fine per investire sull’inizio.

“Con i tuoi occhi” è infine l’appuntamento del Campania Teatro Festival con l’arte di Salvatore Liguori, fotografo napoletano scomparso a soli 37 anni nel 2024. Le immagini raccolte in questa mostra non raccontano soltanto luoghi, persone o momenti, ma riflettono l’anima di chi le ha scattate. Per Salvatore, la fotografia non è un semplice gesto tecnico o puramente estetico ma rappresenta un vero e proprio viaggio nelle emozioni. L’esposizione di Palazzo Reale riunisce le 3 principali anime fotografiche dell’autore: il teatro, il cinema e la street photography. Ne emerge un percorso che attraversa spazi e atmosfere differenti: dal dietro le quinte della scena alle narrazioni silenziose dei volti, fino ai frammenti spontanei della quotidianità urbana. “Con i tuoi occhi” non è soltanto il titolo della mostra, non vuole essere un semplice omaggio, ma un invito: lasciarsi guidare dalla bellezza e dall’intensità di queste immagini affinché lo sguardo di Salvatore continui a vivere attraverso gli occhi di chi osserva.

 

INCONTRI DEL FESTIVAL

Il cartellone degli incontri di questa edizione, che si terranno tutti a Palazzo Reale, è uno spazio aperto di riflessione, un crocevia in cui le arti performative incontrano le grandi questioni del nostro tempo. Attraverso cinque appuntamenti interdisciplinari, il Festival esplora infatti i concetti di mobilità, cooperazione internazionale e inclusione sociale, tracciando nuove rotte culturali che collegano l'Europa alle Americhe, alla Georgia e all'area SWANA. Il “viaggio” inizia il 17 giugno alle 18.30 con “Oltre l'Oceano: Rotte, Visioni e Geografie del Teatro Contemporaneo”.  A partire dal volume “Teatro al di qua e al di là dell’Oceano” di Francesco Cotticelli, alla cui cura è affidato l’incontro, vengono messe in relazione esperienze storiche e pratiche contemporanee, guardando al teatro come spazio di attraversamento e contaminazione tra culture, territori e comunità. In collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Una settimana dopo, il 24 giugno alla stessa ora, è la volta di “Tracciare Nuove Rotte: L’Esperienza di Creative Compass Georgia”, che focalizza l’attenzione sull’esperienza di mobilità artistica e cooperazione internazionale che è parte del programma del Festival, in collaborazione con Goethe-Institut Neapel e Creative Europe. Il giorno successivo, 25 giugno alle 19, l’appuntamento è con “Comunità Quartieri Teatri di Vita-Quartieri di Vita e pratiche di inclusione”, concerto ed evento performativo seguito da networking pubblico su spettacolo dal vivo, comunità e periferie urbane. A cura di Nadia Carlomagno, il 7 luglio alle 18.30, c’è “L'Educazione dell'Umano: Emozioni e Relazioni nell'Era degli Algoritmi”, riflessione cruciale sulla necessità di un'educazione all'umano in un'epoca in cui gli algoritmi rischiano di riscrivere i legami affettivi e diminuire la nostra capacità empatica. Nel dibattito tra etica, scuola e tecnologia, il teatro e le arti sceniche si pongono come l'antidoto ideale alla staticità digitale, offrendo uno spazio di incontro vivo, fatto di corpi, sguardi e relazioni reali. In collaborazione con l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Infine, il 10 luglio alle 19, l’incontro dal titolo “Now Med Beyond Swana. Il Mediterraneo Condiviso: Diritti, Risorse e Alleanze Transregionali” intreccia le questioni civili e contemporanee, mettendo in evidenza la dimensione politica ed internazionale del Festival. Il talk esplorerà il diritto al cibo, le migrazioni e l'accesso alle risorse, guardando alle arti performative come spazio di testimonianza e alleanza interconnessa tra comunità, territori ed ecosistemi culturali indipendenti. In collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli L'Orientale.

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