Universo di Pace - La diciannovesima edizione del Campania teatro Festival
Dal 12 giugno al 12 luglio 2026
Servizio di Rita Felerico
Il Teatro è quel giardino interiore, la nostra palestra, una ricchezza immateriale: il teatro è il regno della non materia, esiste anche quando non esiste, prima si immagina di scrivere, di recitare e poi nasce il teatro, una relazione che si esplicita nella relazione da a uno a uno.
PROGRAMMA
INTERNAZIONALI
Se fosse possibile stilare una classifica dei testi più rappresentati nella storia del teatro, “Re Lear” sarebbe certamente nelle posizioni di vertice, forse addirittura nella top ten. Nessuno però aveva mai dato vita a una versione-simulacro, quasi una porta aperta per pensare a come ci relazioniamo con i nostri padri, quelli biologici ma anche quelli metaforici, compreso lo stesso William Shakespeare. Lo fa adesso l’artista spagnola Andrea Jimenez, autrice e interprete dello spettacolo “Casting Lear”, che dirige insieme a Úrsula Martínez, figura chiave del teatro contemporaneo anglosassone, mentre la drammaturgia è di Olga Iglesias.
.jpg)
PROSA NAZIONALE
Sono 30 gli
spettacoli della sezione dedicata alla Prosa Nazionale del Campania Teatro
2026, ventidue dei quali debutteranno al Festival.
Il teatro Mercadante di Napoli ne ospiterà sei. Il 12 giugno (con replica il 13), Roberto Andò accosta “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett a “Press conference” di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri. Ne “L’ultimo nastro di Krapp”, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta. In ideale e inquietante contrappunto, “Press conference” sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi melliflue e feroci, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo. Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola. Co-prodotto dalla Fondazione Campania dei Festival.
Il 26 giugno,
sempre al teatro Mercadante, è in programma invece “Tony
Harrison, Ossirinco e Napoli”, traduzione, adattamento e regia di
Giovanni Greco, che è anche in scena con Sian Thomas, Jared Mc Neill,
Eugenio Mastrandrea, Nika Perrone, Laura Pannia e Alessio Esposito. A
partire dalle suggestioni de “I segugi di Ossirinco”, l’opera teatrale di
Harrison che riscrive i frammenti di un dramma satiresco di Sofocle ritrovato
nel deserto egiziano, il testo proposto al Festival in prima assoluta
crea un mosaico di poesie, interviste e prese di posizione che legano Harrison
a Napoli, la sua Ossirinco italiana, piena di reperti memorabili: “Piazza
Sannazzaro”, il suo primo film documentario “Mimmo Perrella non è più”, la
tomba di Virgilio, “Reading the rolls” con i papiri di Ercolano fino alle sue
poesie più note e più amate, da “Long Distance” (la preferita di Daniel
Radcliff) a quelle di denuncia sulla Guerra del Golfo.
Che cosa
significa essere normali? Esiste una vita che non vale la pena di essere
vissuta? Come vivere la disabilità di una persona cara? Come ci poniamo di
fronte alle debolezze, alle fragilità e all’handicap? Sono alcune delle domande
che si pone, e ci pone, con delicatezza e ironia, “Insieme”, la pièce
scritta e diretta da Fabio Marra in scena il 28 giugno al Mercadante.
Interpretata da Laura Morante, con Eugenia Costantini, Sonia Palau e
lo stesso Marra, l’opera teatrale, tradotta in quattordici lingue e
attualmente in tournée in diversi Paesi, coniuga la tematica dell’accettazione
dell’altro con il rifiuto che, all’interno delle dinamiche familiari e di forti
legami emotivi, può portare ad un senso di inadeguatezza. “Insieme”, che, come
ha scritto “Le Monde”, è uno spettacolo che “cambia la nostra visione sulla
normalità”, avrà presto in Francia anche una trasposizione cinematografica.
Alla quale Fabio Marra, che “El País” e “Charlie Hebdo” hanno già paragonato
addirittura a Eduardo De Filippo, sta già lavorando.
.jpg)
Il Franco
Parenti di Milano propone anche a Napoli il suo “Amen”, primo testo
teatrale dello psicanalista e saggista Massimo Recalcati. Una preghiera
nel nome della vita che non vuole morire, un’esistenza sul confine tra
battesimo ed estrema unzione, la nuda fede di una madre verso il battito del
cuore del figlio, la figura misteriosa e allegorica di un vecchio soldato,
sopravvissuto alla guerra, che resiste alle avversità con il ritmo ipnotico e
pulsante del proprio passo sulla neve. Un viaggio intenso, che unisce la
fragilità del vivere alla forza del rinascere. Sullo sfondo i ricordi, le
paure, gli incubi e le proprie passioni, prigioniero di un limbo che racconta
la crisi dell’uomo contemporaneo, mentre si avverte la presenza incombente
della fine. La drammaturgia e la regia dello spettacolo, in scena l’8
luglio al Mercadante, sono di Claudio Autelli. Con Salvatore
Alfano, Tommaso Allione, Ludovica Angelini, Caterina Erba, Gabriele Martini,
Michele Marullo, Pietro Moser, Giorgia Zatti e un’attrice in via di
definizione.
L’ultimo
spettacolo di prosa, in programma al teatro Mercadante il 12 luglio, è “La
creatività è l’intelligenza che si diverte”, una drammaturgia tratta da
autori vari, con Euridice Axen, la regia di Nadia Baldi e i
costumi di Carlo Poggioli. L’espressione creativa è la capacità di trasformare
pensieri, sentimenti e percezioni in una forma esterna tangibile e percepibile.
È una componente fondamentale dell'intelligenza, che permette di trovare
soluzioni innovative e comunicare l'ineffabile. Esprimersi creativamente non
serve solo a produrre "bellezza", ma assolve a funzioni vitali: funge
da catarsi, aiuta a scoprire chi siamo e a definire la nostra voce nel mondo.
Se l'arte abbatte le barriere linguistiche e culturali, creando empatia tra le
persone, la creatività allena il cervello a vedere le cose da prospettive
diverse. In scena ci saranno anche gli attori del laboratorio gratuito,
a cura di Euridice Axen e Nadia Baldi, che si terrà dall’1 al 10 luglio
nello spazio Ridotto del teatro Mercadante.
Sono 11
gli spettacoli di Prosa Nazionale in programma al teatro Nuovo di
Napoli in questa edizione del Festival. Il primo, il 12 giugno, è “Donne
da buttare”, di e con Rosalia Porcaro, regia di Barbara Terrinoni.
Una tragicommedia, incentrata su otto dei personaggi più iconici dell’attrice
comica napoletana, per riflettere su come i modelli linguistici
dell’intelligenza artificiale possano condizionare il comportamento umano,
generando forme di dipendenza del pensiero. Le principali protagoniste di
questa vera e propria “giostra cinetica” sono essenzialmente due: la signora
Carmela, anziana bisbetica e fortemente egoriferita, e la sua “amica” Alessia,
l’intelligenza artificiale che considera la donna un “esperimento umano”. Nello
spettacolo si affrontano però anche, in una chiave di lettura tragicomica ma
non per questo meno profonda, temi come il femminicidio e il patriarcato,
offrendo allo spettatore uno specchio realistico, e talvolta crudo, della
società contemporanea.
A distanza di 25
anni dal fortunato debutto, torna il 14 giugno al teatro Nuovo “Roccu
u stortu-una guerra infinita” della Compagnia Krypton, il
pluripremiato testo di Francesco Suriano. La storia è quella di Rocco,
lo scemo del paese, un umile contadino calabrese che viene inviato al fronte
durante la Prima Guerra Mondiale con l’illusione di ottenere al suo ritorno un
pezzo di terra. Una vicenda che diventa tragicamente attuale e continua ancora
oggi a interrogare sulle radici della violenza e del sacrificio in una società
attraversata da nuove e spietate forme di conflitto. La pièce, affidata alla
regia e al talento attoriale di Fulvio Cauteruccio, si trasforma dunque
in un corpo a corpo tra memoria e presente, che intreccia in una nuova
versione scenica e drammaturgica linguaggi visivi, sonori e performativi,
esplorando il destino dell’uomo di fronte al potere, alla follia e alla guerra.
Le musiche originali sono de “Il Parto delle Nuvole pesanti”.
“La signorina
Else”, nell’originale adattamento e regia di Claudio Di Palma, è la
proposta del 18 giugno al teatro Nuovo. In questo caso, infatti, la
famosa opera letteraria di Arthur Schnitzler viene calata in un
tempo di narrazione indistinto, forse assolutamente contemporaneo, e il luogo
della vergogna è meno privato di quello proposto nella novella originale, il
ricatto è pubblico o rischia di esserlo a causa del mezzo usato per imporlo. La
figura di Else, nell’interpretazione di Simona Fredella, si moltiplica
in dialoghi immaginari con le sue proiezioni virtuali e la drammaturgia si
sviluppa in un linguaggio che ricerca un’autonomia sia lessicale che temporale.
Restano, ieri come oggi, i vincoli imposti dalla famiglia e da un’intera
società, capaci di accelerare il processo di svuotamento che progressivamente
si attiva nell’anima debole della protagonista. Costretta com’è, per salvare il
padre dall’arresto e dal probabile suicidio, a doveri scabrosi e compromessi
pericolosi.
Torna al
Festival Fortunato Calvino, autore e regista di “Vengo dal mare”,
in programma il 26 giugno al teatro Nuovo. Questa volta il
teatro-denuncia del drammaturgo napoletano accende i riflettori sul tema
dell’immigrazione e sulle condizioni disumane nelle quali, dopo sbarchi
drammatici, uomini e donne sono costretti a vivere. La vicenda è quella di Samir, un giovane
arrivato a Napoli dopo un lungo viaggio su un barcone. Il suo lavoro è quello
di portare la spesa a casa dei clienti di un supermercato. Tra questi c’è anche
Agostino, un professore di storia con il quale nasce un rapporto di fiducia e
solidarietà umana. Gli altri personaggi sono Enzo, infermiere vivace e
pettegolo, e la signora Elena, cinica proprietaria del “basso” affittato a
prezzo esorbitante al ragazzo e ai suoi coinquilini. Il testo di Calvino si
configura, dunque, come una potente riflessione sulla dignità umana, dove
l’incontro tra Agostino e Samir diventa un momento di salvezza reciproca. Gli
interpreti sono Rosaria De Cicco, Luigi Credendino, Marco
Palmieri e Andrea Subasinghe. Musiche di Enzo Gragnaniello.
Il tema bellico,
assieme a quello del conflitto generazionale e al rapporto tra verità e
rappresentazione della stessa attraverso le immagini, torna prepotente il 28
giugno al teatro Nuovo con “L’ultima fotografia” di Roberto
Andrioli. In scena tre personaggi: Marco, fotografo di guerra, suo figlio
Leonardo, studente italiano negli Stati Uniti, e Adila, la misteriosa ragazza
straniera. Tutti hanno perso “il rapporto con la terra”, tutti si trovano, per
motivi sorprendentemente diversi, in una sorta di territorio sospeso tra
giustizia, sopravvivenza, radici e futuro. Una foto premiata, nella quale la
verità appare o si nasconde, diventa strumento di un intricato percorso che
porta una guerra lontana nel tempo fino all’uscio di casa e all’ultimo
drammatico scatto, capace ancora una volta di modificare creativamente la
realtà. Gli interpreti, oltre all’autore, sono Yeda Kim e Mattia
Ricchiuti, mentre la regia è di Fabrizio Checcacci.
Una favola
reale, quotidiana, di esseri umani fragili, soli, insicuri, a tratti violenti,
che tentano di scoprire l’amore. Questo, nella descrizione della regista Maria
Grazia Solano, è “Il bosco” di David Mamet, con Alessandro Mor
e Marina Sorrenti, in scena con 2 repliche il 2 luglio al teatro
Nuovo. Un progetto teatrale che si pone dunque come obiettivo
l’esplorazione della relazione di coppia, del complesso rapporto di un uomo e
una donna divisi tra il desiderio di amare e di essere amati e il bisogno di
libertà. Allontanatisi dal caos cittadino per rifugiarsi in una casa nel bosco,
uno spazio dell’anima lontano dalle pressioni del mondo esterno, credono di
potersi ascoltare, conoscere, riconoscere. La voce di quel luogo simbolico, in
quel silenzio/pausa, diventa allora una terza entità, un interlocutore
ancestrale, misterioso, inquietante e inaspettato. La natura entra così nel
dialogo, e si muove tra il regno superficiale del razionale e quello profondo
dell’inconscio. Le parole sono palpabili, sono piume, onde e rocce, creature
viventi anche loro. Lo spettacolo è realizzato in accordo con Arcadia &
Ricono Ltd per gentile concessione di Stewart Talent.
Alberto
Boubakar Malanchino – vincitore del Premio Ubu 2023 come Migliore attore
under 35 – è l’adrenalinico interprete di “SID-Fin qui tutto bene”, lo
spettacolo, scritto e diretto da Girolamo Lucania, in programma il 4
luglio al teatro Nuovo. Un racconto urbano, ma anche di frontiera,
dove il protagonista è un giovane figlio della periferia che veste sempre di
bianco, il colore del lutto per i musulmani. Per rincorrere il sogno del
successo ha intrapreso la via sbagliata, per noia o per uno scopo che considera
più alto ha anche ucciso, soffocando le sue vittime nei sacchetti di plastica
alla moda, vite di scarto incartate in buste firmate. E ora Sid, italiano di
origini africane, si ritrova a fare i conti con il proprio passato, in un
presente che sembra non avere futuro. La sua storia è un film “senza
montaggio”, un torrenziale monologo per batteria e voce: scorrono schegge di
vita, di bullismo, di consumo, di ragazzi annoiati, dei “fuck you”, di canne,
droghe, desolazione, di vagabondaggi nei “templi del consumo”. Musiche live e
sound design di Ivan Bert e Max Magaldi.
Il senso di
colpa ereditato, il riscatto personale, il conflitto generazionale, il
ribaltamento del mito. Sono questi i temi principali di “Zappatore-studio
per una liturgia del figlio”, l’originale rivisitazione che il drammaturgo
e regista Fabio Di Gesto fa del famoso dramma teatrale di Libero Bovio,
uno dei testi più noti della sceneggiata napoletana. Lo spettacolo, in scena il
6 luglio al teatro Nuovo con l’interpretazione di Carmine
Bianco, Francesca Fedeli, Luca Lombardi, Maria Claudia Pesapane e Nello
Provenzano, sposta infatti il punto d’osservazione: il focus, il cuore del
racconto non è più il sacrificio del padre, ma il ricatto emotivo che ne
deriva. Il debito non è economico, ma affettivo, e spezzare il peso di questa
catena invisibile diventa un atto necessario di autodeterminazione. Il vero
dramma non è l’ingratitudine del figlio, ma la famiglia che non accetta di
lasciarlo andare. E la stessa canzone non è più un momento separato dalla
scena, ma si trasforma in suono vivo e organico, parte di qualcosa che non
racconta solo il sacrificio e il rimpianto, ma li fa sentire, li fa vibrare e
li incide nella carne. Drammaturgia musicale di Tommy Grieco.
Legami
familiari, segreti nascosti, un amore rubato, la ricerca della felicità,
pregiudizi sociali e personali. Sono gli elementi del plot narrativo de ”Il
terzo Incomodo”, la pièce divertente e tenera della Compagnia Nest
che va in scena il 10 luglio al teatro Nuovo. Partendo da una situazione
di equivoco quasi da vaudeville, la commedia in un atto di Ivan Cotroneo
scava in profondità nel cuore dei personaggi, due fratelli rivali che si
ritrovano in una piccola casa al mare alla morte del padre e un ospite
inatteso, e nelle loro ferite affettive. Passando dalla rabbia al perdono,
dalla diffidenza all’ascolto, senza mai perdere il sorriso, per scoprire che in
fondo non conosciamo davvero neppure le persone che amiamo. Protagonisti di
questo lavoro sono i tre attori storici della Compagnia: Francesco Di Leva,
Adriano Pantaleo e Giuseppe Gaudino, capaci di “abitare” lo spazio e la
memoria che contiene. La regia è di Giuseppe Miale di Mauro.
Un racconto
intimo e lacerante, un inno all’amore incondizionato e alla sua forza
distruttrice, che si interroga sull’identità, sull’oblio e sulla cecità
dell’essere umano davanti ai sentimenti altrui. Dalle pagine vibranti di “Lettera
di una sconosciuta” di Stefan Zweig, il regista Davide Sacco
ha creato l’omonimo adattamento, atteso al Festival il 12 luglio al Nuovo.
Un celebre scrittore riceve, nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, una
lunga lettera anonima. A scriverla è una donna che, senza mai essere
riconosciuta, ha intrecciato tutta la propria vita all’ombra di lui. Un amore
assoluto, consumato nella segretezza e nella devozione, che diventa confessione
estrema soltanto dopo la morte del figlio e nell’imminenza della propria fine.
Sacco ambienta lo spettacolo in un bagno d’ospedale, uno spazio asettico e
privo di tempo, dove la protagonista si ritrova sola, circondata da pareti che
trattengono silenzi, odore di disinfettante e riflessi di luce fredda.
Incentrando la sua regia su un doppio registro: dare voce a una donna che si
racconta, l’attrice Giordana Faggiano, ma anche mostrarla mentre si
guarda vivere, narratrice e spettatrice, con la lucidità e il dolore di chi
trova il coraggio solo ora di condividere, con un atto liberatorio, un amore
rimasto invisibile.
.jpg)
Una gravidanza
prolungata oltre i limiti, il cuore di un maiale trapiantato dentro un essere
umano, l’apoteosi di un idolo sportivo: trasformazioni individuali, collettive,
fisiche e persino spirituali, vanno a comporre la trama di “Cuore di porco”,
lo spettacolo di Carrozzeria Orfeo che intreccia, in un’unica esperienza
immersiva, teatro, drammaturgia, poesia performativa, musica elettronica, arte
visiva e animazioni video. Un’opera polifonica e stratificata, dove i corpi in
trasformazione, vasi comunicanti che si influenzano a vicenda, diventano il
centro di un racconto che indaga il rapporto tra individuo e collettività, tra
umano e non umano. I tre giovani autori del processo creativo condiviso, in
scena alla Sala Assoli il 15 e il 16 giugno, sono Chiara Arrigoni,
Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli, che hanno lavorato coralmente
con la supervisione di Gabriele di Luca, regista della performance
insieme a Massimiliano Setti, e con il dispositivo sonoro e visivo de “Le
Canaglie”. Il tema universale e antichissimo della metamorfosi viene qui
calato nella contemporaneità, e talvolta la oltrepassa, fino a disegnare nuovi
mondi possibili. Con Matteo Berardinelli, Massimiliano Setti e Federico
Bassi. Co-produzione della Fondazione Campania dei Festival.
Da una scrittura
originale di Antonella Cilento nasce invece “Insight Lucrezia”,
dove la protagonista del titolo è Lucrezia Borgia, interpretata nello
spettacolo in scena il 19 giugno alla Sala Assoli da Nunzia
Antonino. La preparazione e il rituale della sua festa di nozze con Alfonso
d’Este a Ferrara diventano il pretesto narrativo per un’indagine profonda e
senza pregiudizi di una donna che ha scelto di essere sé stessa. Non a caso
quel trono, simbolo di un potere che subisce ed esercita, assume qui la funzione
di un confessionale, mentre una ribalta teatrale, con orchestra di musici
annessa (l’ensemble Orfeo Futuro) completa la rappresentazione del già
avvenuto. Dentro Lucrezia si agitano voci, presagi, fantasmi del passato e del
futuro: l’incontro con la competitiva cognata Isabella, i precedenti mariti, la
presenza ingombrante del padre, papa Alessandro VI, e del Valentino, suo
fratello Cesare Borgia. Una vita compressa in un destino femminile che la
schiaccia e al quale, ieri come oggi, sembra impossibile sfuggire. La regia è
di Carlo Bruni, composizioni originali ed elettronica di Gianvincenzo
Cresta.
Una madre stende
i vestiti della figlia, presenze drammaturgiche attive. Li lava, li rilava, in
maniera ossessiva. Ogni giorno lo stesso gesto, come una preghiera, un rito che
non riesce - o non vuole – interrompere. Tra quei panni riaffiora la voce, la
vita spezzata della sua bambina. Ispirato alla storia vera di Annalisa Durante,
vittima innocente di camorra all’età di 14 anni, “’A stesa” di Adriano
Fiorillo, in programma il 21 giugno alla Sala Assoli, è un
atto di memoria che attraversa il dolore privato e lo trasforma in denuncia
pubblica, capace di parlare a un’intera comunità. Con un titolo che assume
drammaticamente un doppio significato: la “stesa” come gesto quotidiano e
familiare di stendere i panni, ma anche come azione criminale che semina
terrore nei quartieri sotto scacco della criminalità organizzata. Il teatro come
luogo della resistenza. Protagoniste dello spettacolo sono Giulia Piscitelli
ed Erica Tortorizio. La regia è di Adriano Fiorillo, le musiche di
Tommy Grieco.
“Lettere a un
giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, nell’interpretazione,
adattamento e regia di Paolo Mazzarelli, è la proposta teatrale del
29 giugno in Sala Assoli. Questa straordinaria opera-non opera
rappresenta ancora oggi, a distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione
postuma del 1929, una guida universale al creare, al comprendere, e in
definitiva al vivere. Portare sulle scene questo materiale unico e (non)
letterario, gravido di luce e di linfa vitale, diventa dunque un’esigenza
naturale, quasi un elemento salvifico in un’epoca che sembra perduta, provando
a restituirne la forza illuminante in un rito collettivo. “Un’opera d’arte è
buona se nasce da necessità”: questo, insieme a molto altro, scrive Rilke nella
prima delle lettere rivolte al giovane Kappus, aspirante poeta che gli chiede
un’opinione sul valore dei suoi versi. Mazzarelli, con uno spettacolo semplice,
che si avvale delle poetiche animazioni di Nora e dagli illuminanti
squarci musicali di Stephan Micus, colma un bisogno e crea una di quelle
“misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”.
Con il sostegno di Compagnia Orsini.
Lisbona è uno
stato d’animo, un luogo magico e sensuale dove si avverte costantemente una
dolce e inevitabile nostalgia del presente. Ferdinando Pessoa, il grande poeta
portoghese, ne è stato il cantore: non solo ha raccontato la sua città, ma ha
saputo, in modo originale e sorprendente, mostrarci la relazione insondabile
che lega ciascuno di noi alle cose mute, a quello che pensiamo di non vedere e
che invece percepiamo con il cuore e poi nascondiamo negli abissi della nostra
memoria. Partendo da “Lisbona, negli occhi di Ferdinando Pessoa”,
racconto breve di Luca Cedrola, il regista Graziano Piazza è in
scena nell’omonimo spettacolo il 1° luglio alla Sala Assoli. Una
pièce nella quale gli occhi di Pessoa, ombre magiche e luminose, generano
l’incontro tra il mondo interiore e la vita degli altri, in un continuo gioco
di rimandi, riflessi, interazioni e fughe. Scenografie sonore del musicista Paolo
Coletta.
Un esercizio di
resistenza emotiva. Così il regista Yaser Mohamed ha definito “Contrazioni”
di Mike Bartlett, lo spettacolo con Gea Martire e Dalal Suleiman
che va in scena il 3 luglio in Sala Assoli. La storia è
ambientata in un’azienda moderna, dove una dipendente viene convocata
periodicamente dal proprio superiore per una serie di colloqui apparentemente
ordinari. All’inizio le domande riguardano il comportamento professionale, il
rispetto delle regole, l’efficienza. Ma, incontro dopo incontro, il confine tra
vita privata e lavorativa inizia a sgretolarsi. La relazione sentimentale della
donna con un collega diventa il centro di un’indagine sempre più invasiva, in
cui emozioni, desideri e scelte personali vengono analizzati, giudicati e
progressivamente controllati. Un meccanismo che intrappola, dove il peso delle
parole non dette è pari a quello delle parole pronunciate, dove la violenza non
ha bisogno di essere esplicita, ma è già presente nei silenzi, nelle pause e
negli sguardi che non si possono sostenere.
In un loft
spoglio, durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un
gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente
scambiarsi di ruolo. Coralin è un’avvocata penalista brillante, abituata a
difendere colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla
manipolazione. L’uomo è Timoleone Rinaldi, ossessionato da un dolore che non
riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo. Sono i due personaggi
di “Coralin alla fine muore”, la nuova drammaturgia e regia di Rossella
Pugliese, che ne è anche interprete con Adriano Falivene, Bambinella
del commissario Ricciardi. Lo spettacolo, in scena nella Sala Assoli il
10 luglio, è un thriller psicologico che attraversa la violenza invisibile
delle relazioni umane e accompagna i suoi protagonisti fino al punto in cui
sopravvivere a sé stessi sembra impossibile. Tutto è reale e allo stesso tempo
mentale, in un luogo sospeso che diventa trappola emotiva. Le musiche originali
sono di Ivo Parlati.
Due spettacoli
di Prosa Nazionale saranno poi ospitati nel Cortile delle Carrozze di
Palazzo Reale. Il 17 giugno l’appuntamento è con “Intestamé”,
scherzo teatrale per attore e musica di Carlo Ragone e Loredana Scaramella.
Un uomo solo alla morte del padre e un assurdo testamento. Al figlio
prediletto, interpretato dallo stesso Ragone, non spetta nulla, niente soldi,
niente casa, ma poche sibilline parole: “A mio figlio Ferdinando ci lascio
tutto. Tutto quello che non ho fatto”. Un lascito che spalanca la porta ad un
mondo che sceglie le sfumature della possibilità, dei rimpianti, delle
nostalgie e della magia. Quella di un figlio che, dopo aver indossato la giacca
del padre, viene trasportato per incanto nella Napoli degli anni ’40, tra
bombardamenti, fame ed emigrazione. Così il figlio canta, balla, soffre, spera,
ride, come se fosse il padre, e vestendo i colori della sua vita, dopo tanto
tempo, impara a conoscerlo. Questo è il vero lascito testamentario, insieme a
un prezioso consiglio: l’allegria è la chiave che permette di trasformare in
gioia ogni dolore. La regia è di Loredana Scaramella, le musiche
sono di Stefano Fresi, eseguite dal vivo dal Quartetto William
Kemp
Il 9 luglio,
invece, Paola Minaccioni ci propone “La vita è bella? No, è un tipo”,
lo spettacolo che lei stessa ha scritto con Andrea Lolli e Lorenzo De
Marinis. Un ragionamento semiserio (molto semi e poco serio) sulla felicità
ai nostri tempi, presi come siamo dalla ricerca di canoni estetici e obiettivi
uguali per tutti. Scendendo dal carrozzone del conformismo ci si può invece
rendere conto che la perfezione è noiosa, ed è solo la diversità che ci rende
unici. Al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale va in scena dunque un
inno ai difetti e a quelle irregolarità e stranezze che preparano il terreno
per la poesia, l’arte e la riflessione. La vita non è bella, ma è un tipo, piena di
ostacoli, difficoltà, ingiustizie e problemi da risolvere ogni giorno.
Tuttavia, è nel gusto di andare avanti e nella ricerca della nostra di
felicità, non omologata e non omologabile, che ci sentiamo vivi. Il mondo ci
mette i paraocchi e la Minaccioni ce li toglie. Non solo come divertente
interprete, ma anche come regista.
Il teatro Tedér
ospita il 21 giugno una restituzione scenica che rappresenta l’atto
conclusivo de “La casa di ciascuna”, il progetto artistico e sociale di Caterina
Vertova che utilizza il teatro come strumento di cura, inclusione e
partecipazione civile. Rivolto a donne del territorio che vivono in
condizioni di fragilità, crea uno spazio protetto di ascolto, espressione e
relazione in cui l’arte diventa occasione di riscatto, appartenenza e
costruzione di senso. L’atto finale, il momento di incontro, condivisione e
riflessione, è dedicato alle “Donne in tempo di guerra”. Presenze
rimaste spesso invisibili nelle narrazioni ufficiali, che attraversano i
conflitti armati non solo come vittime dirette di violenza, ma anche come
soggetti attivi della storia, protagoniste silenziose della resistenza, della
sopravvivenza e dei processi di ricostruzione sociale e culturale. Accanto a
questa guerra, le donne ne combattono un’altra ogni giorno, intima e
silenziosa, meno visibile ma altrettanto devastante. È quella che si eredita,
che si trasmette di madre in figlia, fatta di ruoli imposti, di identità
negate, di limiti culturali che definiscono e restringono desideri, ambizioni e
possibilità. Lo spettacolo intreccia questi due livelli, proponendo una
riflessione sul legame profondo e inversamente proporzionale tra cultura e
barbarie. Con un materiale scenico che nasce dalle improvvisazioni costruite a
partire dalle esperienze di vita personali delle partecipanti, restituendo una
narrazione corale, viva e incarnata, che fa del teatro uno spazio di ascolto,
di riconoscimento e possibile cambiamento collettivo.
PROGETTI SPECIALI
Al Campania
Teatro Festival 2026 non mancheranno, come ogni anno, una serie di Progetti
Speciali. A partire da “Il Sogno Reale. I Borbone di Napoli”, ideato
da Ruggero Cappuccio e prodotto dalla Fondazione Campania dei
Festival, che sarà ospitato, non a caso, nel Cortile delle Carrozze di
Palazzo Reale a Napoli dal 22 giugno. Lo schema è noto: cinque scrittori,
in questa edizione sono Enza Silvestrini, Giuseppe Rocca, Claudio Di Palma, Vladimiro
Bottone e Luisa Stella, creano per l’occasione altrettanti racconti brevi
ispirati all’epoca borbonica, che in questa edizione vengono rispettivamente
affidati al talento interpretativo di Cloris Brosca, Imma Villa
con la partecipazione di Cecilia Lupoli, lo stesso Di Palma con
musiche eseguite dal vivo da Massimiliano Sacchi e Ernesto Nobili,
Cristina Donadio, Enrico Ianniello. Letture drammatizzate che, come spiega Cappuccio
nella scheda di presentazione, si sforzano di far emergere “dietro le date, le
battaglie, i troni, le alleanze, i tradimenti, le ingiustizie e le violenze,
quel “magma emozionale di uomini e donne che produssero azioni determinate da
pulsioni e sentimenti. Antonin Artaud sostiene che sia sublime la storia
raccontata dai poeti e non i poeti raccontati dalla storia. Di questa
riflessione è paradigma perfetto William Shakespeare. Ma come non pensare a
quali profondità abbiamo scoperto nell’imperatore Adriano grazie a Marguerite
Yourcenar? Come non riconoscere che abbiamo sentito con forza Caligola
grazie alla penna di Camus? Nelle scritture dei drammaturghi, dei poeti, dei
narratori, c’è una rivelazione: la storia non è fatta per guarire le ferite, ma
per amare la bellezza del sangue. Il Sogno Reale è un progetto che mira a
determinare un osservatorio sulla dinastia borbonica dal quale contemplare e
conoscere con serenità il firmamento immaginativo che inizia con la tenacia
onirica di Carlo III per continuare con risultati alterni fino all’Unità
d’Italia. I Palazzi Reali, le industrie siderurgiche, le seterie, le grandi
collezioni d’arte, le importanti strutture sociali per i poveri, le scuole
militari, l’impulso ai conservatori, la canalizzazione delle acque, l’avvio
degli scavi di Pompei ed Ercolano, il potenziamento delle navigazioni,
dell’edilizia, insieme con la cura per gli aspetti della vita civile
collegati alla Sanità, fanno di questo tempo una piattaforma di studio di
immenso interesse. Mentalmente bisogna allontanarsi dalle tentazioni di
reminiscenza elegiaca e da bocciature politiche aprioristiche per accogliere
con sete di conoscenza il grande affresco del turbamento. Il turbamento
polifonico che deve educarci a distinguere tra voci e altre voci, tra un re e
un altro re, tra una regina e un’altra regina. Turbamento della mente e dello
spirito, perché in grado di farci scoprire che il concetto di tempo non può
essere lineare, perché un’azione compiuta alla fine del Settecento può
estendere il suo processo sociale ed individuale fino ad oggi”.
Il progetto
prevede anche la redazione e pubblicazione di una guida stampata dei siti
borbonici commissionati e realizzati dai Reali e destinati alle diverse
attività: residenze, riserve di caccia, e pesca, attività agricole,
industriali, scientifiche e innovative, collezioni d’arte e musica. Il volume
sarà distribuito gratuitamente al pubblico che seguirà gli spettacoli in
programma al Festival.
In un
sotterraneo visionario, tra teschi, ex voto, fantocci e rovine, prende vita “Le
pietre parlano – Anime in conflitto”, installazione performativa e
immersiva ideata per un pubblico ristretto chiamato ad attraversare fisicamente
lo spazio scenico e a diventare parte di un rito. L’invito, alla Sala Assoli
il 23 giugno, è a percorrere le profondità della città di Napoli per
ritrovare un senso di comunità. Accolti dalle performer (Anna e Clara
Bocchino, Rossella Pretto, che ha anche curato la regia, e con la
partecipazione straordinaria di Wanda Marasco), gli spettatori entrano
in un universo sospeso dove la memoria dei morti, il trauma storico della
guerra e il destino individuale emergono dalle profondità. Tra musiche,
videoproiezioni e azioni performative, lo spettacolo, per il quale sono previste
3 repliche, a partire dalle 18,30 e fino alle 21,30, costruisce
un’esperienza sensoriale e spirituale che sonda il rapporto tra vita e morte,
colpa e sopravvivenza, distruzione e desiderio di trascendenza. Un’opera che fa
del teatro un crocevia emotivo e atto poetico condiviso. Con la stessa tensione
che attraversa i versi di Seamus Heaney, premio Nobel nel 1995, che ha
resistito a ogni riduzione ideologica della scrittura, scegliendo di affidarsi
alla responsabilità più profonda verso la lingua e verso la complessità
dell’esperienza umana. Drammaturgia e progetto generale di Rossella Pretto e
Francesco De Matteis. Sui temi dello spettacolo è previsto un incontro con Esther
Basile, Grianfranco Pecchinenda e Silvio Perrella il 24 giugno alle 18.30
presso Lazzarelle Bistrot a Napoli.
Il Cortile
delle Carrozze di Palazzo Reale ospita il 25 giugno il nuovo
appuntamento con “Portami là fuori”, lo spettacolo che, tra rap,
metateatro e memorie, attraversa gli anni di lavoro dell’associazione CCO-Crisi
Come Opportunità e del suo progetto “Presidio Culturale Permanente”
negli Istituti Penali per Minorenni di Airola (Bn) e Nisida. Le prime canzoni,
la rabbia trasformata in parola attraverso Borges, Amleto e le tragedie greche,
ma anche la possibilità di momenti di confronto su temi come la colpa, la
responsabilità, il dolore delle vittime e il senso dell’arte in carcere.
Provando a far accadere qualcosa di raro: un ragazzo smette di coincidere
soltanto con il suo reato. I formatori del laboratorio di musica rap ad Airola
e Nisida sono Luca Caiazzo, in arte Lucariello, Enzo Musto, in arte Oyoshe,
Gianmarco Cioffi, in arte Shada San e Federico Di Napoli. Quelli
del laboratorio teatrale ad Airola sono Pino Beato, Raffaele Genovese,
Fabrizio Nardi ed Emanuele Sacchetti.
Il 27 giugno la Sala Assoli
ospiterà un altro progetto speciale che prevede il coinvolgimento diretto degli
spettatori: “LYDIA-I corpi dietro la voce”, installazione immersiva con
ideazione, regia e performance di Sara Lupoli, immagini e video di Stefano
Gargiulo. Un progetto che nasce dal desiderio di rendere visibile ciò che
nella voce resta invisibile, esplorando la sua relazione con il corpo e con la
memoria, a partire dall’atto del doppiaggio. Le voci di Lydia Simoneschi,
attrice che in 40 anni di carriera prestò la sua voce a tutte le dive
internazionali più famose, riascoltate e riattraversate, ritornano come
presenze fisiche, tracce di corpi che continuano a vibrare attraverso di noi.
Nel suo gesto performativo, dunque, la Simoneschi, scomparsa nel 1981, non
viene evocata come figura del passato, ma come archivio sensibile di un’epoca
sonora che continua a parlarci, materia per interrogare il presente. Facendo
emergere così, con l’obiettivo di restituire corporeità all’ascolto, una
dimensione intima e politica della voce.
“Caro agli
dèi. Vita breve di Annibale Ruccello” è il titolo del lavoro documentario
di Massimiliano Palmese su un “enfant terrible” del nostro teatro. Per
questo nuovo progetto lo scrittore e regista napoletano sta raccogliendo rari e
preziosi materiali, interpellando sia amici e collaboratori di Ruccello che
nuovi drammaturghi, registi, studiosi e critici. Il dovuto omaggio a un poeta
del palcoscenico di cui molto si sente la mancanza, che coinvolge anche la
nuova straordinaria leva di attori campani.
Un incontro con Massimiliano Palmese, inserito nel programma del Festival,
sarà l’occasione il 29 giugno, nel Giardino Romantico di Palazzo
Reale, per ripercorrere insieme le tappe della troppo breve vita di Annibale
Ruccello, a 70 anni dalla nascita e a 40 dalla morte.
Due giovani
attrici, gemelle, si sognano. Nel raccontarsi si costruiscono e si perdono, in
un continuo slittamento tra identità che non coincidono mai. Il sogno diventa
lingua scenica; non un tema, ma un campo in cui le immagini emergono, si
trasformano e si sottraggono. Come nel teatro, ciò che accade non si spiega: si
attraversa. Lo scrittore Silvio Perrella indaga sull’assenza di spazio e
tempo, e dunque su una continua contemporaneità, ne “I sogni di Annaclara”,
lo spettacolo che il Festival propone l’8 luglio al teatro Nuovo
nell’ interpretazione di Anna e Clara Bocchino e un attore in via di
definizione. Un processo di metamorfosi, nel quale una delle gemelle riuscirà a
dare vita all’altra solo sognandola, ricomponendone il corpo come in un atto di
magia. Un postino, margine di coscienza, tiene in contatto mondi diversi, in un
dialogo per assonanze con il sogno shakespeariano. Qualcosa che arriva, che
chiede e che immagina, La regia è di Ettore Nigro.
Nello stesso
giorno, l’8 luglio, va in scena in Sala Assoli “L’io e l’IA”, drammaturgia
originale di Fabio Pisano, concept, soggetto e direzione scientifica di Nadia
Carlomagno, che ne è anche interpreta con Emanuele Valenti. Uno
spettacolo che nasce da un progetto di ricerca dell’Istituto Suor Orsola
Benincasa di Napoli, liberamente ispirato a “Her”, il film di Spike Jonze
nel quale Joaquin Phoenix ha una “storia d’amore” con un software dalla
suadente voce femminile. Il lavoro teatrale va oltre le vulnerabilità
relazionali e psicologiche delle giovani generazioni nell’era della tecnologia
emotiva, inducendo a una riflessione più ampia su identità, fiducia e
solitudine, ma anche su come l’interazione digitale possa diventare spazio di
manipolazione, isolamento e pericolo emotivo a qualsiasi età. Protagonista
della vicenda è infatti una professoressa universitaria che, presa dall’ansia
per la stesura di un discorso, chiede aiuto all’intelligenza artificiale. Un
rapporto virtuale, proficuo e rassicurante, che diventa sempre più intenso,
fino a sfociare in una vera e propria dipendenza affettiva. Dove è difficile
distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è, indebolendo il senso
critico e forse ogni capacità di autodeterminazione. Regia, colonna sonora e
ideazione spazio scenico di Marcello Cotugno.
Il teatro come
strumento per educare alla vita e alla pace. C’è un messaggio semplice e
ambizioso nel film “Il seme della concordia”, soggetto, sceneggiatura,
regia e musica di Renato Salvetti che si potrà vedere l’11 e il 12
luglio a Palazzo Coppola di Valle/Sessa Cilento, in provincia di Salerno.
Una pellicola, nata sulla base di un’esperienza diretta, che racconta la
nascita di una scuola gratuita di musical sostenuta dal Campania Teatro
Festival. Bambini e famiglie di ambienti diversi si ritrovano insieme, tra
speranze, contrasti e difficoltà quotidiane. Anche e soprattutto quelle che
arrivano dal mondo degli adulti. Alcuni genitori, e persino qualche insegnante,
contestano la scelta del tema della guerra, ritenuto troppo delicato per l’età
dei partecipanti, altri spingono per ottenere ruoli di rilievo per i propri
figli. Saranno proprio i bambini, allievi dei laboratori cilentani delle
attrici Franca Abategiovanni e Marina Sorrenti, a ribaltare le
esitazioni degli adulti, dimostrando una maturità sorprendente. Il musical va
in scena, e veicola un messaggio universale: la pace è una responsabilità che
appartiene a tutti.
MUSICA
Sono 7 i
concerti della sezione Musica, tutti ospitati al Cortile delle Carrozze
di Palazzo Reale, ad eccezione di quello di Tony Hadley che andrà in
scena il 24 giugno al Mercadante.
Quaranta dita.
Sono quelle dei 40 FINGERS, la band italiana che sta inanellando sold
out in tutto il mondo. Matteo Brenci, Emanuele Grafitti, Enrico Maria
Milanesi e Andrea Vittori, questi i nomi dei quattro musicisti che hanno
dato vita a un quartetto di chitarre acustiche diventato in poco tempo un
fenomeno crossover originale e globale. Oltre 400 milioni di visualizzazioni
online, standing ovation nei teatri di Europa e non solo, collaborazioni con
grandi artisti internazionali. Al
Campania Teatro Festival, il 23 giugno al Cortile delle Carrozze di
Palazzo Reale, appena reduci dalla lunga tournée australiana e da un
concerto in Slovenia, propongono al pubblico napoletano le loro magistrali
rivisitazioni e riarrangiamenti di grandi classici rock, pop e delle più amate
colonne sonore cinematografiche e televisive: dai Queen ai Toto, da Simon &
Garfunkel fino alle musiche leggendarie di John Williams. I loro videoclip
hanno superato i 400 milioni di views online e il successo planetario è esploso
definitivamente quando la loro versione di “Bohemian Rhapsody” è stata
riconosciuta e condivisa ufficialmente dai Queen sul sito ufficiale della band,
consacrando di fatto il loro talento. A settembre partirà il tour dei 40
FINGERS negli Stati Uniti, mentre a novembre sono previste le loro tappe
asiatiche.
Oltre
quarantacinque anni di carriera, un percorso internazionale segnato da canzoni
entrate nell’immaginario collettivo e da un legame speciale con il pubblico
italiano. Tony Hadley, senza dubbio una tra le voci più autorevoli e
amate del panorama pop mondiale, sarà ospite al Campania Teatro Festival il 24
giugno al teatro Mercadante. Il titolo completo del concerto è “TONY
HADLEY – An English Man in Italy con la FABULOUS TH BAND”. Accompagnato
dalla sua inseparabile band, Tony Hadley proporrà dal vivo nuovi brani,
affiancandoli ai grandi successi che hanno segnato la sua storia artistica. In
scaletta troveranno spazio le canzoni che lo hanno portato ai vertici delle
classifiche mondiali con la sua ex band, gli Spandau Ballet, tra cui
“Through the Barricades”, “True” e “Gold”, accanto ai brani della sua carriera
solista e ad alcune reinterpretazioni che da anni caratterizzano i suoi live.
Come in ogni tour, Tony sarà affiancato da una formazione di musicisti
straordinari con cui ha instaurato nel tempo un forte legame umano e una vera
simbiosi sul palco.
Nella stessa
serata di mercoledì 24 giugno il Cortile delle Carrozze di Palazzo
Reale ospiterà “Estuario”, il concerto dei Constantinople,
ensemble musicale capace di costruire ponti tra culture ed epoche. Kiya
Tabassian, setar e voce, e Ablaye Cissoko, cantante e suonatore di
kora, uniscono le correnti dei ricordi e delle loro colorate sonorità,
intrecciano le loro storie. Proprio come accade in quel luogo magico che è
l’estuario, dove l’acqua dolce incontra quella salata, evocando passaggio,
rinnovamento e fertilità. Uno spazio di transizione e trasformazione, in
viaggio verso mondi immaginari che si estendono tra la Persia e i regni
Mandinka. Storie ispirate a figure di profonda nobiltà e umanità, reimmaginata
attraverso un linguaggio universale. Anche grazie al talento di un eccezionale
percussionista come Patrick Graham.
Il Cortile
delle Carrozze ospita il 6 luglio il concerto per voci e strumenti “Carmina
Desimoniana”, testi e musiche di Roberto De Simone, direttore e
concertatore Alessandro De Simone. Un viaggio nell’immaginario sonoro e
linguistico di quello che è stato uno dei più grandi protagonisti della cultura
musicale e teatrale italiana. Dai brani nati con la Nuova Compagnia di Canto
Popolare a capolavori assoluti come La Cantata dei Pastori, Gatta Cenerentola,
Mistero Napolitano, Le 99 disgrazie di Pulcinella, fino alle musiche per film e
per sceneggiati televisivi come “Fontamara”, l’evento diventa un excursus nella
sua variegata e geniale produzione. Completano il programma, le rielaborazioni
di arie del Settecento, connotate sempre da un’inesauribile vena creativa, e
gli acuti scritti di De Simone sulla musica, sul teatro e sulla vita
contemporanea. Gli interpreti sono Annamaria Colasanto, Raffaele Converso,
Maria Letizia Gorga e Giovanni Mauriello. La voce recitante è quella di Franco
Giovanni Iavarone.
“Womanity”,
l’appuntamento del 7 luglio al Cortile delle Carrozze di Palazzo
Reale, è invece un progetto che nasce dal desiderio di valorizzare il
talento femminile italiano attraverso una formazione composta interamente da
donne. A partire da Letizia Gambi (voce e percussioni), cantautrice
napoletana di formazione jazzistica che ha al suo attivo due candidature ai
Grammy Awards e una alla Targa Tenco, ma anche da Elisabetta Serio,
pianista e direttore musicale della band. Pronte ad accompagnare il pubblico in
un viaggio musicale intenso e coinvolgente insieme a Federica Michisanti
(contrabbasso), Katia Schiavone (chitarra), Caterina Bianco
(violino e cori), Elisabetta Saviano (batteria). Tra jazz, poesia,
sonorità del Sud Italia e atmosfere latine e caraibiche, il repertorio
comprende reinterpretazioni di grandi classici italiani e napoletani, standard
internazionali, composizioni originali di Letizia Gambi e musiche di Elisabetta
Serio. Insieme a omaggi ad artisti che hanno profondamente influenzato il
percorso umano e musicale delle sei interpreti.
Se Fassbinder
trasforma “La bottega del caffè” goldoniana in “Das Kaffeehaus”, il regista Luca
Iavarone fa il percorso esattamente opposto. Parte dalla “Kaffeekantate”
che Johann Sebastian Bach compose tra il 1732 e il 1734 e ne ricava “’A
cantata d’’o ccafè”, un’opera buffa napoletana contemporanea che va in
scena il 12 luglio al Cortile delle Carrozze. La vicenda del
testo originario è semplice e feroce. Un padre moralista e brontolone accusa la
figlia Lisca di bere troppe tazze di caffè. Un vizio domestico che potrebbe
celare sentimenti come il desiderio, l’autonomia e la possibilità che una donna
scelga da sola. Smontando dall’interno il meccanismo comico ed esasperandolo
fino a renderlo visibile, la nuova Cantata fa esplodere fino in fondo quella
contraddizione un po’ misogina. E aggiunge tre intermezzi, sospensioni teatrali
che attraversano l’immaginario napoletano popolare: un balcone eduardiano con
la cucumella, un bar alla Totò e Peppino, una cella che rimanda al servile e
grottesco secondino della canzone di Faber. A guidare questi slittamenti è Lalla
Esposito, Narratore en travesti, mentre Luca De Lorenzo ed Ellah
March interpretano gli altri due personaggi. Il libretto, liberamente
tratto da Picander, è di Luca Iavarone e Tom Tea, impegnato anche
alle tastiere. L’Orchestra è quella del Quartetto di Napoli, composto da
Giorgiana Strazzullo, Lorenza Maio, Carmine Caniani e Veronica Fabbri
Valenzuela. Produzione Opera Buffa Napoletana ETS.
La sezione
Musica, come da apprezzata tradizione, comprende anche i concerti del
Dopofestival a Palazzo Reale, il cui programma è in via di definizione.
Un’occasione di incontro, a fine serata, per rilassarsi insieme, avendo anche
la possibilità di incrociare gli artisti protagonisti degli spettacoli.
SPORTOPERA
Sono 5,
ma a leggere bene potrebbero essere molti di più, gli eventi di Sportopera,
la rassegna a tema sportivo affidata alla direzione artistica di Claudio Di
Palma e organizzata da Vesuvioteatro, che avrà come unico scenario
il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale. Un Festival nel Festival che
quest’anno avrà come filo conduttore i numeri. Quelli che misurano la
prestazione sportiva, qualificano il valore e l’esito del gesto atletico, ma
spesso indicano anche l’identità di alcuni campioni: battezzeremo sempre il 10
Maradona o Pelé, il 23 Michael Jordan, il 46 Valentino Rossi o il 3 Baby Ruth
nel baseball. In questa edizione di Sportopera -come sottolinea Di Palma- i
numeri “si moltiplicano e assumono significati ulteriori: percentuali,
categorie, giorni, anni, piazzamenti. Un perimetro che appare matematico e
rigoroso, all’interno del quale però le cifre sanno ricombinarsi per indagare
misteriose cavità dell’anima, per aprire inattesi universi paralleli”.
A salire sul
ring per la prima ripresa della sezione Sportopera è il 29 giugno “ME,
WE, ALĺ –Concerto”, melologo scritto e interpretato da Claudio Di Palma,
che lo porta in scena con Enrico Valanzuolo (tromba), Gianluigi Montagnaro
(effetti e voce), visual di Luigi Marmo. ME, WE è una poesia bisillabica,
la più breve al mondo, composta dal genio della boxe Muhammad Alì. ME, WE, ALĺ è
l’instancabile vocazione alla libertà di un ragazzino nero del Kentucky. I suoi
tre round: un desiderio alle stelle che si realizza, uno storico rifiuto che lo
sconfigge, l’inevitabile ritorno che lo rende eterno. ME, WE, perché il bene
del singolo uomo corrisponda sempre al bene di una intera comunità.
Il 3 luglio, infine,
si celebrano i “Cent’anni di moltitudine”, laboratorio-spettacolo a cura
di Manuel Di Martino dedicato alla Società Sportiva Calcio Napoli, nata
nel1926. Una ”festa azzurra”, per esplorare la fisiologia del fenomeno tifo
inserito nella realtà napoletana, l’occasione per ripercorrere miti, storie e
simboli di una lunga ed inspiegabile fede. In cento anni, sugli spalti dell’Ascarelli poi
Partenopeo, del Collana, del San Paolo ora Maradona, e nei bar, alle edicole,
in strada, in città, in provincia, all’estero, oltreoceano, si sono succedute moltitudini
di persone impegnate a generare ininterrottamente moltitudini di opinioni,
emozioni, speranze, felicità, angosce, scrupolosi riti quotidiani. Generazioni
e generazioni si sono tramandate con puntualità impressionante una sorta di
credo e di gioiosa condanna, si sono fatti interpreti ideali di quella che
Pasolini avrebbe definito poi l’ultima sacra rappresentazione del nostro tempo:
Il Calcio … Napoli! Con Pasquale
Aprile, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Simona Fredella, Carlo Gertrude,
Valentina Martiniello, Mario Meles, Francesca Piccolo, Dario Rea, Federico
Siano. Testi di autori vari, musiche di Gianluigi Montagnaro.
Scene degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, cattedra
del professor Luigi Ferrigno.
LETTERATURA
Vesuvioteatro,
come da virtuosa tradizione, organizza anche la sezione Letteratura, affidata
alla competenza appassionata dello scrittore Silvio Perrella. Un
segmento importante del Festival, in programma dal 17 al 20 giugno nel Giardino
Romantico di Palazzo Reale, che in questa edizione avrà come trama poetica
il Ma’, un monosillabo che-come spiega lo stesso Perrella-può avere
molti significati: “Il Ma’ lo vedi sulla pagina e non sai davvero da
dove cominciare. È un avvertimento, uno sbuffo, l’inizio di un
attacco d’ira? Grammaticalmente ci troviamo dinanzi a una congiunzione di tipo
avversativo; il ma ci viene alle labbra quando abbiamo la necessità di
precisare qualcosa, facendo fare alla frase una curva improvvisa, una
parabolica di precisazioni. I ma nell’oggi proliferano, s’infittiscono;
visto che nulla va come dovrebbe andare, eccoci a pronunciare questa molecola
linguistica al contempo allargando le braccia in segno di resa. Ma’! Ma’
è anche la prima sillaba che pronunciamo lallando in attesa di dire mamma: ma’.
E in un processo insieme antico e futuribile ci sentiamo più a nostro agio
pensando a una Matria che accolga, piuttosto che a una Patria che divida. Ma’
è anche l’iniziale della parola mare; e in genovese basta metterci su un
doppio accento e le scoscese strade che portano al mare prendono il ritmo della
musica e della voce di Fabrizio De André. Sono solo alcuni esempi di come una
piccola sillaba possa mettere in moto un processo immaginativo che proveremo a
condividere con gli spettatori della nostra rassegna di poesia”.
Il primo “Ma’”,
il 17 giugno, sarà “Ma’ come mamma”, l’appuntamento dedicato a Elio
Pecora, il poeta, scrittore, saggista e critico letterario che ha corso “l’avventura
di restare”, come da geniale titolo che fa da forziere ai versi della sua vita,
pubblicati nel 2023, poco prima di farci perdere nella magìa dell’ultimo
“Labirinto”. E l’ha fatto con una naturalezza e una libertà non usuali. In lui
la madre biologica e le madri letterarie – Elsa de’ Giorgio, Elsa Morante,
Amelia Rosselli – si sono fuse in una ricerca incessante di una cadenza che
potesse accompagnare gesti e sentimenti, trasformandosi in un canto.
Il secondo
evento, in programma il 18 giugno, è “Ma’ come mare-Fabrizio De André
e Alvaro Mutis”. Capolavoro della musica che mescola etnia e universalità, “Creuza
de ma” è un inno al mare, alle sue onde, all’andirivieni tra costa e infinito.
E va intimamente accostato ad “Anime salve”, che nasce anche dall’innamoramento
per “Maqroll il Gabbiere” dello scrittore colombiano, uno dei giganti della
letteratura ispanoamericana. Li riascoltiamo insieme alla guida di Federico
Vacalebre e alle letture di Enzo Salomone
Il 19 giugno è
il giorno di “Ma’ come Matria” con Hisam Jamil Allaw. Il poeta
curdo siriano scrive nel suo “Matria”, intensa silloge pubblicata recentemente
da Infinito Edizioni, “La patria prima di essere una terra / è una donna che
trasforma l’assenza in presenza / e la presenza in una preghiera / che si
sussurra solo nel silenzio del cuore”. Hisam Jamil Allawi prova a dire in una
lingua straniera quali sono i suoi sentimenti di esule e, ripiantandosi in
territorio italiano, rivergina la nostra lingua e ci pone domande essenziali
alle quali ci siamo dimenticati di rispondere da troppo tempo.
“La tebría è
formata da due versi generalmente composti in lingua hasaniya dalle donne del
deserto, tra il sud del Marocco, Walata, Tishit, Wadan e Timbuctù”. Così Ismaël
Diadié Haïdara, costretto all’esilio e ospite il 20 giugno di “Ma’
come Mali”, ultimo evento della sezione Letteratura, spiega in poche parole
che cos’è questo genere poetico. Una sorta, potremmo aggiungere, di haiku
africano. Haidara, che ha sposato la forma delle Tebrae e ne ha fatto uno
strumento di libertà e speranza, ha fondato una biblioteca con oltre 12mila
volumi appartenuti ai suoi antenati.
CONTEST ANM
Il Giardino
Romantico di Palazzo Reale è anche lo scenario dal 22 al 28 giugno
delle letture drammatizzate dei racconti selezionati per il contest
“Emozioni in viaggio”, organizzato dall’Azienda Napoletana Mobilità (Anm) e
dalla Fondazione Campania dei Festival in collaborazione con Mondadori
| MA della Galleria Umberto I di Napoli. Elaborati ambientati nei mezzi e/o
nelle stazioni ANM che hanno come focus il tema dell’inclusività, valore
cardine e tratto distintivo della mission dell’Azienda Napoletana Mobilità, che
ogni giorno si impegna a rendere il trasporto pubblico uno spazio accogliente,
aperto e accessibile a tutti. A leggere i testi saranno Marco Napolitano,
Barbara Lauletta, Antonio Di Criscito, Teresa Perna, Marco Gallotti,
Emanuele Zappariello, Eliseo Fusco, Serena Catapano, Luigino Palermo, Ludovica
Franco, Rosa Cerullo, Martin Cristofaro, Irene De Rosa e Gaia Parlato. La direzione
artistica è di Nadia Baldi.
Sono 18 gli
spettacoli di Osservatorio, la sezione che il Festival dedica alle giovani
Compagnie e a un futuro che è già presente. Cinque di questi provengono
direttamente da “Quartieri di vita. Life infected with social theatre!”,
il Festival di formazione e teatro sociale ideato da Ruggero Cappuccio
che mette in relazione artisti campani ed europei che operano in realtà
analoghe per disagio e fragilità. Come “In Ponticelli everything is fine”,
un progetto a cura di Jan Horák (Repubblica Ceca), con la regia di Giulia
Amodio dell’Associazione NEA (Napoli Europa Africa), che
nasce da un’esperienza laboratoriale ed estrae riferimenti da “La Metamorfosi”
di Franz Kafka, l’universo inquieto e visionario di “Eraserhead – La mente che
cancella” di David Lynch e le esperienze personali dei partecipanti al workshop,
dando vita a un racconto in cui la collettività è la somma delle esperienze dei
singoli, fatta di corpi che mutano, identità frammentate e relazioni
attraversate dal malessere contemporaneo. Uno sguardo poetico e perturbante
sulla vita nella periferia est di Napoli, che vede coinvolti in prima persona
gli abitanti del territorio. In scena il 13 giugno al teatro Tedér.
Da un
laboratorio di “Quartieri di Vita”, quello che Nicola Nicchi e Viviana
Altieri hanno tenuto con un gruppo di adolescenti provenienti da contesti
sociali eterogenei e spesso fragili”, nasce anche “Lisistrata” della Compagnia
Stabile Solot, in scena il 13 giugno al Teatro Mulino Pacifico di
Benevento. Uno spettacolo costruito a partire dallo spazio che lo accoglie,
lasciando che la sua struttura e la sua atmosfera diventino parte integrante
della drammaturgia. In questa visione, l’Acropoli coincide fisicamente con
l’edificio del Mulino Pacifico, e l’occupazione messa in atto dalle donne
diventa così un gesto concreto, immediato e perfino tangibile. Con il pubblico
direttamente coinvolto in questo passaggio da una dimensione più raccolta e
rituale a una vera e propria conquista del centro dell’azione.
Un gruppo di
adolescenti legati da dinamiche di branco e bisogno di appartenenza. Durante
una notte nel bosco, uno di loro scompare dopo un gioco troppo pericoloso.
Convinti di averlo ucciso accidentalmente, i ragazzi entrano in uno stato di
panico collettivo. Tutti partecipano alla costruzione di una menzogna comune e
la paura di essere scoperti conta più della verità o della vita umana. È questo
il plot narrativo di “Il D.N.A. dei Bonobo”, lo spettacolo con la regia
di Roberta Prisco, esito del laboratorio curato con Roberta Massari
e Alina Pietrăreanu (Romania) che è in programma il 14 giugno
nel teatro dell’associazione Vernicefresca ad Avellino. Al centro
dell’opera, che evita qualsiasi giudizio morale esplicito, c’è la pressione
sociale che dissolve l’identità individuale. La violenza non nasce da
cattiveria allo stato puro, ma da conformismo, paura e istinto di
conservazione.
Ha origine da un
processo di creazione condivisa anche “È da una voce che nasce il coraggio”,
lo spettacolo con la regia di Gina Ferri e Frederico Araujo (Fiandre) che
si potrà vedere il 20 giugno alla Sala Pasolini di Salerno. Un
percorso-laboratorio che porta in scena, grazie all’incontro tra le
associazioni Traversarte e La Tenda Centro di Solidarietà Odv, minori
stranieri non accompagnati e persone con disturbi da dipendenza. Uno spazio
teatrale condiviso nel quale l’arte, il gioco e l’improvvisazione diventano
strumenti di connessione e di ascolto. Dando vita non ad una rappresentazione
realistica del disagio, e neppure a una narrazione costruita sul trauma, ma a
un vero e proprio atto di resistenza e di tenerezza. Un gesto politico e umano.
Il Parco
urbano di Coppola Pinetamare, in provincia di Caserta, ospita invece l’11
luglio “Bambole Dolls”, un progetto di Chrisss Costa (Polonia)
e di Antonio Nardelli dell’associazione Teenspark di Grazzanise (Ce).
Una serie di dieci momenti narrativi vibranti, talvolta volutamente involuti o
astratti, che riflettono la complessità del vissuto di dieci giovani attori
provenienti da quattro diversi continenti. Un’avventura nel terreno impervio
del dialogo e della pluralità, dove i protagonisti danno corpo e voce a temi
attuali e spesso sommersi: l’identità di genere, il peso soffocante della
mascolinità tossica, le aspettative sociali che agiscono come fili invisibili
su marionette moderne. Dimostrando, una volta di più, che il teatro sociale è
prima di tutto un percorso di crescita e risonanza umana.
Un itinerario che trova nuova linfa in “Creative
Compass Georgia”,
progetto internazionale di mobilità artistica e cooperazione culturale
promosso dalla Fondazione Campania dei Festival e sostenuto dal Goethe-Institut
e da Creative Europe. Il progetto mira a favorire l’incontro tra
artisti, attivisti culturali e operatori sociali georgiani e le realtà
artistiche e comunitarie attive in Campania, attraverso un programma di
residenze immersive dedicate alle pratiche performative partecipative, al
teatro sociale e ai processi culturali orientati all’inclusione. Il programma,
che prevede una prima sessione durante il Campania Teatro Festival, ospitata
dal 15 al 22 giugno al teatro Mulino Pacifico di Benevento, e una
seconda sessione nell’ambito di “Quartieri di Vita”, tra ottobre e novembre, è
un’occasione di confronto e sperimentazione condivisa con artisti e
professionisti provenienti dalla Georgia, impegnati nei campi del teatro
civico, delle arti performative, delle pratiche comunitarie e dell’attivismo
sociale. Tra i partecipanti alla prima
fase delle residenze vi sarà Khvicha Vashakmadze, artista
multidisciplinare originario di Kutaisi. Tra i progetti sviluppati nell’ambito
di questa prima fase vi è anche “Invisible Work Invisible Art”, ideato
da Ina Charkviani e dedicato al lavoro invisibile delle lavoratrici
domestiche migranti e alle forme artistiche che emergono dalle loro esperienze
quotidiane di cura e migrazione. Attraverso opere tessili, disegni, manufatti e
momenti di confronto pubblico, il progetto crea uno spazio di riflessione sul
rapporto tra lavoro, identità, invisibilità sociale e autodeterminazione
femminile.
La sezione
Osservatorio ospita quest’anno anche lo spettacolo degli allievi dell’Accademia
teatrale del Mercadante diretta da Arturo Cirillo. Al Ridotto del
Mercadante il 17 e il 18 giugno si potrà vedere “Quindici ragazze con
qualche esperienza”, tratto da “Festa al celeste e nubile santuario” e
“Ragazze sole con qualche esperienza”, capolavori teatrali nati dal talento
geniale di Enzo Moscato. Cirillo, che ha curato drammaturgia e regia,
rende omaggio al grande autore napoletano affidando ai giovani artisti della
Scuola del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale due testi tra i più
emblematici del grande autore napoletano scomparso nel 2024. Un lavoro che
assume una dimensione corale, meno psicologica e individuale, fuori dall’io e
più attenta al noi. Da accogliere, ascoltare e guardare, come scrive Arturo
Cirillo nelle note di regia, “stando dentro e fuori dal senso, per
trascendere e divertirsi, andando altrove, dove non sempre si sa. Ma anche qui
sta il bello: la formazione come viaggio nello sconosciuto, per conoscere sé
stessi e chi ci sta attorno, per fare teatro insieme”.
“Atto senza
parole” di Samuel Beckett, libero adattamento e regia di Antonio
Iavazzo, è la proposta del 21 giugno nel Palazzo Fazio di Capua.
Due uomini in scena, nascosti al mondo nei loro involucri-placenta. Si
(ri)svegliano a turno, al suono di un’inquietante sirena, e si apprestano a una
stanca e ossessiva ritualità. Si muovono, inciampano, cadono, si lavano, si
vestono, si meravigliano della loro stessa inadeguatezza esistenziale. Il
minimo vitale per portare a termine il parto che il bios chiede a ciascuno di
noi. Procedono per tentativi, a tentoni, con un effetto a volte clownistico e
comico che dà forse l’esatta misura della cifra poetica di questo capolavoro
del teatro dell’assurdo. Dove due sguardi bambini giocano a vivere, senza
passato e senza aspettarsi null’altro che una perenne sospensione del giudizio.
Soli, ma tuttavia connessi con l’umanità e con il tutto. Gli interpreti sono Gianni
Arciprete e Gennaro Marino.
Alfonsina
Strada, nata a Castelfranco Emilia, è stata la prima e unica donna a
partecipare al Giro d’Italia. Accadde nel 1924, negli anni del fascismo, e fu
un momento storico per l’emancipazione femminile del nostro Paese. Tra i 90
iscritti a quella edizione, solo in trenta completarono la gara. Tra questi
proprio Alfonsina, che affrontò poi i tanti drammi della sua vita con la stessa
determinazione con la quale aggredì i 3613 chilometri di quella competizione a
tappe e i pregiudizi dell’epoca. A lei, la sezione Osservatorio dedica 2
spettacoli. Il 22 giugno al Tedér va in scena “Alfons(in)a”
di Marta Bulgherini, che ne è anche interprete con Diego Frisina.
La storia di una donna che diventa quella di tutti noi, e del nostro bisogno di
vite sensazionali, lieti fini, ordine, costi quel che costi. Una biografia che
riesce ad essere tale solo in parte, divenendo in realtà un flusso di coscienza
su cosa nasconda la necessità contemporanea di approcciarsi a esistenze mitiche
(o presunte tali). Un turbinio di pensieri che ha l’intento di tradire il mainstream
per lasciarsi andare a un’analisi più autoironica e dissacrante. Le musiche
originali sono di Enrico Morsillo. Cinque giorni dopo, 27 giugno, sempre
al Tedér si potrà vedere “Alfonsina. Non puoi fermare il vento con le
mani”, la pièce che Marilena Lucente ha dedicato a sua volta a
questa autentica pioniera, vera e propria suffragetta a pedali. Per farla stare
nell’elenco dei corridori la iscrissero con il nome di Alfonsin, eliminando
l’ultima vocale. Ma quello che non riuscirono a toglierle fu una grinta senza
eguali e una determinazione che le consentirono di riuscire in un’impresa
considerata impossibile. Anche quando il suo nome sembrò svanire nel silenzio,
lei continuò a sfidare sé stessa e il mondo sotto i tendoni del circo. Perché
Alfonsina, interpretata in questo secondo spettacolo da Anna Bocchino,
sapeva una cosa: il vento non si può fermare con le mani. La regia è di Roberto
Solofria.
Un progetto sul
potere che, prendendo a pretesto lo spaccato storico della Napoli del 1789,
racconta l’Italia contemporanea. Lo spettacolo, in programma al Tedér il 26
giugno, è “Queen bidet” di Fabio Casano, che ne è anche
interprete con Chiarastella Sorrentino. Al centro della pièce, con la
regia di Gennaro Maresca, c’è la regina Maria Carolina D’Asburgo, la
prima regnante a introdurre un bidet nei suoi palazzi, ma soprattutto una donna
amante della cultura, che promosse l’apertura di giornali di informazione a
Napoli, sostenne l’emancipazione femminile e morì esule in Sicilia ai margini
di un’Italia pre-unificata. Quell’oggetto che ha tanto desiderato, conosciuto
ai più come “strumento di lavoro da meretricia”, assume dunque un significato
simbolico e gioca un ruolo importante anche quando il popolo, che l’aveva
accolta con favore e devozione, diventa massa rivoluzionaria e le si rivolta
crudelmente contro.
Una conferenza
stampa convocata dopo 164 anni. È quella indetta da Sua Altezza Reale
Francesco II di Borbone in “E adesso parlo io”, lo spettacolo scritto e
diretto da Roberto D’Alessandro, in programma il 29 giugno al teatro
Tedér. Franceschiello, ultimo re delle Due Sicilie, sovrano mite e
sfortunato che salì al trono giovanissimo e dopo poco più di un anno e mezzo
vide il suo regno travolto dall’avanzata sabauda, vuole chiarire, argomentare,
raccontare come gli eventi della Storia abbiano confermato le sue
preoccupazioni: il suo popolo, dice, soffre ancora oggi le conseguenze di
quell’invasione. Non chiede nulla per sé, non reclama troni o vendette, ma
desidera soltanto una nuova primavera per la sua terra e per quella gente che
non ha mai smesso di amare. Nel ruolo di Francesco II c’è l’attore Nicola
Paduano. I giornalisti, pronti a prendere appunti per realizzare
un’intervista impossibile, sono Roberto D’Alessandro, Luca Faustinella ed
Emilio Russo.
“Amártēma”,
testo e regia di Anna Orabona e Arianna Moffa, è invece la proposta del 1°
luglio in Sala Assoli. Una reinterpretazione del “Macbeth” di
Shakespeare in chiave di teatro - danza, che assume i caratteri di una tragedia
contemporanea e ci interroga sul concetto di colpa, come da greco antico del
titolo, ampliando lo spettro d’indagine al libero arbitrio, alla libertà e a
una responsabilità che non è solo individuale, ma diventa anche collettiva. Gli
attori sono Francesca Zampelli, Silvia Mormile e Domenico Riccio. Il
corpo di ballo è composto da Giorgia Aiello, Anna Simeoli, Chiara Monda,
Flavia Maezza e Stefania Palumbo e Sara Palombini. Le coreografie sono di Arianna
Moffa, le musiche di Gabriel Miranda.
La maternità non
programmata, il rapporto genitori-figli, il passare del tempo, il bisogno
primario di essere amati, il potere di fare o non fare, far credere o non far
credere. Sono i temi portanti di “Il panico totale”, con Sara
Missaglia, testo e regia di Giovanni Meola, in programma il 2
luglio al Tedér. L’incontro-scontro tra una madre, donna in carriera e
quasi quarantenne, e una figlia, nata dalla relazione con un compagno che
sparisce un attimo dopo il parto. Un gioco al massacro, dove le due donne si
perdono e si ritrovano più volte, ma dove nulla è davvero come viene
raccontato. Ci sono cose che nessuna sa davvero comunicare all’altra, mentre
aleggiano come fantasmi gli uomini delle loro vite.
Un canto
spezzato e feroce sull’eredità delle parole, sulla violenza involontaria
dell’amore, su ciò che passa da una generazione all’altra senza essere davvero
compreso. C’è tutto questo in “Igor” di e con Bruno Buonomo, lo
spettacolo con la regia di Michele Pagano che si potrà vedere il 3
luglio al Tedér. Un lavoro teatrale basato sul gesto ostinato di un
padre che continua a cercare un figlio là dove non può più raggiungerlo. Nei
ricordi, nelle frasi rimaste a metà, nelle parole insegnate e poi temute, nei
dettagli che sopravvivono quando tutto il resto è crollato. Perché ciò che
voleva proteggere può ferire, e quello che voleva formare può fermare, pesare
come un destino. Non c’è assoluzione, nessuna spiegazione basta, e ogni memoria
consola e accusa. Soltanto una ferita che resta aperta, senza che arrivi
risposta a una voce che continua a chiamare.
La rilettura di
una famosa commedia di Aristofane è “Dimenticata Pace”, drammaturgia e
regia di Raffaele Parisi, lo spettacolo in scena il 4 luglio al Tedér.
Un progetto, a cura di Murìcena Teatro, concepito per e con artisti non
vedenti e ipovedenti. Il Trigeo dell'originale aristofaneo - il vignaiolo che,
dinanzi all'inevitabilità della guerra, sceglie di non restare indifferente -
diventa qui un mendicante che, accompagnato da Nuvola, meraviglioso cane
guida, conduce gli spettatori in un cammino condiviso per ritrovare Eirene, dea
della pace. Andare oltre lo sguardo significa dunque andare oltre la
propaganda, oltre ciò che appare ovvio, restituendo allo spettatore un ruolo
attivo, critico e cosciente. Ma vuol dire anche attivare gli altri sensi, e con
essi la memoria, le emozioni e la presenza corporea che ne derivano. La musica
dal vivo accompagna l'intero percorso, in uno spazio performativo dove la linea
di confine tra interpreti e pubblico si annulla.
La Compagnia
Artenova, con la regia di Gino Auriuso prosegue il lavoro di riscoperta,
in chiave moderna, dei classici italiani del ‘900, troppo spesso legati ad
immaginari ormai abusati e rimasti per lungo tempo imbrigliati negli ingranaggi
dell’estetica del secolo breve. E così può essere un’autentica sorpresa
scoprire che “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, in
programma il 5 luglio al Tedér, è spaventosamente attuale. Il salotto di
casa Fiorica, teatro della vicenda di Beatrice, la donna che il marito tradisce
con la moglie dello scrivano Ciampa, viene qui aggiornata agli usi e ai costumi
di oggi, offrendo frammenti di un’esistenza qualunque, incubi di un mondo nel
quale a essere vivi, veri e riconoscibili, sono soltanto gli oggetti. Con Irma
Ciaramella, Ivano Falco, Marina Zanchi, Gioele Rotini e Ottavia Orticello.
Un atto unico
immerso in un’atmosfera profondamente metafisica, ambientato su una
spiaggia abbandonata che si presenta come spazio sospeso e fuori dal
tempo. È il luogo, calato in un eterno presente, dove si svolge l’azione
scenica di “Dall’alto, le nuvole” di Alessandra Mirra, che è
anche regista dello spettacolo in scena il 7 luglio al Tedér. Un dramma
onirico e simbolico sull’impossibilità di comprendere il mondo dall’alto e
sulla necessità di sprofondare negli abissi per ritrovare la vita. Tre i
personaggi di questo sogno surreale: Flaming, il pittore che non ha mai dipinto
un quadro; Cossu, un gigante che si definisce pescatore solo perché conduce
un’esistenza di attesa; ed Elvira, un’astronoma confinata in un soffitto di
tende bianche, che osserva il mondo attraverso un binocolo e non ha mai toccato
la terraferma. L’intero lavoro teatrale è dunque costruito su una dialettica
tra elevazione e caduta. Tutto ciò che è “alto” (Elvira, la ragione, la
scienza) è in realtà prigionia. Tutto ciò che è “basso” (Cossu, mare,
sabbia) è vita e liberazione. L’arte, rappresentata da Flaming, è la
mediazione impossibile tra i due poli. Con Manuel Mazzia, Natalia Pina
e Damiano Spitaleri. Produzione Diana Oris
DANZA
“En retrait”,
locuzione francese che indica lo stare all’indietro rispetto a una realtà di
riferimento e a una postura di primo piano, è il titolo dello spettacolo della
coreografa e performer francese Laura Simonet, in programma il 25
giugno con due repliche al teatro Tedér. Un lavoro, che ha la
collaborazione artistica di Sara Palmieri e la drammaturgia del suono di
Giulio Nocera, dove il corpo è il “punto zero” della ricerca, per
indagare sulla capacità di sentire sé stessi e di esistere attraverso la “carne”.
Punto d’appoggio ai margini del mondo, là dove si esercita la solitudine ed
emergono le grandi questioni, là dove l’anima pesa. La corporeità viene quindi
affrontata da un punto di vista intimo e non solo, quando affiora il tormento
originario dell’essere incarnato. La solitudine del corpo si fa eco
dell’assolo, nel quale l’atto performativo viene contemplato attraverso la sua
capacità a porre la questione dell’esistenza. Risvegliando il dubbio e
rimuovendo ogni senso di ovvietà.
.jpg)
“Equilibrio
dinamico: Capitolo XV (LA)HORDE / JILL CROVISIER”, chiaro riferimento ai 15
anni di attività, ricerca e visione artistica della Compagnia di danza Equilibrio
Dinamico, è la proposta del 10 luglio al teatro Mercadante.
Un traguardo che la direttrice artistica Roberta Ferrara ha deciso di
festeggiare unendo in un unico spettacolo due produzioni firmate da realtà
importanti della scena coreografica europea contemporanea: il collettivo
francese (LA)HORDE e la coreografa lussemburghese Jill Crovisier.
Del primo, Equilibrio Dinamico Dance Company acquisisce e integra nel
repertorio “People used to die”, una performance che si sviluppa attorno
al movimento Mainstream Hardcore, reinterpretando i gesti dell’Hardjump,
dell’Hakken (scena gabber) e del Jumpstyle. La regia e la coreografia sono di
Marine Brutti, Jonathan Debrouwer, Arthur Harel, Céline Signoret, la
musica è di Guillaume Rémus. “MAHALAGA Landscapes” di Jill
Crovisier è invece un’opera ispirata alla riserva naturale e al patrimonio
industriale della città natale della coreografa, situata nel sud del Paese. Un
rituale di danza contemporanea che ci riconnette alla natura e ai nostri
istinti tribali, facendo da ponte tra le persone e le loro storie. Due
scelte che riaffermano la vocazione internazionale di Equilibrio Dinamico, per
dare vita, come scrive Roberta Ferrara nella sua introduzione, a “una
serata che intreccia memoria, visione e attraversamenti: un doppio sguardo sul
repertorio che diventa spazio vivo, condiviso e rigenerativo”.
MOSTRE
Sono tre le
mostre fotografiche del Campania Teatro Festival 2026, tutte ospitate dal 13
giugno al 12 luglio al Vico Mauriello di Palazzo Reale. Con “Jazz: La pellicola
del suono”, il fotografo Salvatore Pastore racconta, attraverso una selezione
di stampe fine art, la stagione del jazz tra il 1990 e l’inizio del Duemila:
dall’energia di Pat Metheny al Palapartenope alla poesia di Michel Petrucciani
all’Augusteo, e poi Wayne Shorter, Charlie Haden, Kenny Barron, Billy Cobham,
Chick Corea, Ron Carter, Bob Berg, Toots Thielemans, accanto a figure della
scena jazz italiana come Enrico Pieranunzi, Peppe Servillo, Fabrizio Bosso,
Javier Girotto. Le immagini, scattate live nei club e nei festival,
testimoniano un momento in cui spazi come l’Otto Jazz Club, il Bourbon Street e
il Pomigliano Jazz fecero del territorio campano un crocevia jazzistico
internazionale. Lungo il percorso, accanto a ciascuna fotografia, un QR code
consente di ascoltare i brani di quel periodo musicale, ricomponendo per il
visitatore il legame tra immagine e suono.
INCONTRI DEL FESTIVAL
Il cartellone
degli incontri di questa edizione, che si terranno tutti a Palazzo Reale,
è uno spazio aperto di riflessione, un crocevia in cui le arti performative
incontrano le grandi questioni del nostro tempo. Attraverso cinque appuntamenti
interdisciplinari, il Festival esplora infatti i concetti di mobilità,
cooperazione internazionale e inclusione sociale, tracciando nuove rotte
culturali che collegano l'Europa alle Americhe, alla Georgia e all'area SWANA.
Il “viaggio” inizia il 17 giugno alle 18.30 con “Oltre l'Oceano: Rotte,
Visioni e Geografie del Teatro Contemporaneo”. A partire dal volume “Teatro al di qua e
al di là dell’Oceano” di Francesco Cotticelli, alla cui cura è
affidato l’incontro, vengono messe in relazione esperienze storiche e pratiche
contemporanee, guardando al teatro come spazio di attraversamento e
contaminazione tra culture, territori e comunità. In collaborazione con l’Università
degli Studi di Napoli Federico II. Una settimana dopo, il 24 giugno alla
stessa ora, è la volta di “Tracciare Nuove Rotte: L’Esperienza di Creative
Compass Georgia”, che focalizza l’attenzione sull’esperienza di mobilità
artistica e cooperazione internazionale che è parte del programma del Festival,
in collaborazione con Goethe-Institut Neapel e Creative Europe. Il giorno
successivo, 25 giugno alle 19, l’appuntamento è con “Comunità
Quartieri Teatri di Vita-Quartieri di Vita e pratiche di inclusione”,
concerto ed evento performativo seguito da networking pubblico su spettacolo
dal vivo, comunità e periferie urbane. A cura di Nadia Carlomagno, il 7
luglio alle 18.30, c’è “L'Educazione dell'Umano: Emozioni e Relazioni
nell'Era degli Algoritmi”, riflessione cruciale sulla necessità di
un'educazione all'umano in un'epoca in cui gli algoritmi rischiano di
riscrivere i legami affettivi e diminuire la nostra capacità empatica. Nel
dibattito tra etica, scuola e tecnologia, il teatro e le arti sceniche si
pongono come l'antidoto ideale alla staticità digitale, offrendo uno spazio di
incontro vivo, fatto di corpi, sguardi e relazioni reali. In collaborazione
con l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Infine, il 10
luglio alle 19, l’incontro dal titolo “Now Med Beyond Swana. Il
Mediterraneo Condiviso: Diritti, Risorse e Alleanze Transregionali”
intreccia le questioni civili e contemporanee, mettendo in evidenza la
dimensione politica ed internazionale del Festival. Il talk esplorerà il
diritto al cibo, le migrazioni e l'accesso alle risorse, guardando alle arti
performative come spazio di testimonianza e alleanza interconnessa tra
comunità, territori ed ecosistemi culturali indipendenti. In collaborazione con
l’Università degli Studi di Napoli L'Orientale.

.jpg)
.jpg)
.jpg)

Commenti
Posta un commento