DON GIOVANNI, con Arturo Cirillo, adattamento e regia di Arturo Cirillo
Al Metastasio di Prato - Via B. Cairoli 59, PRATO – dal 26 Febbraio al 1°
marzo, 2026.
Servizio di Cinzia Capristo
Al
Metastasio di Prato è andato in scena, in un solo atto, un Don Giovanni
insolito frutto della mescolanza di più autori adattato e diretto impeccabilmente
da Arturo Cirillo che ne è anche l’interprete principale. L’adattamento
di Cirillo è stato una rielaborazione ben studiata e concepita che lascia
intravedere uno studio delle opere in cui è presente il personaggio del Don
Giovanni.
A sipario
aperto una scenografia, con scene di Dario Gessati, dall’effetto scenico ci
proietta nella scena prima del Don Giovanni del poeta e librettista Lorenzo Da
Ponte: è notte, siamo in un giardino con delle statue, la scalinata di un palazzo
e sulla balconata appare una nobil donna Donn’Anna, mentre dalla platea
furtivamente entrano in scena Don Giovanni, interpretato da Cirillo, insieme al
suo fido domestico Sganarello, interpretato da un divertente ed esilarante Giacomo Vigentini, una musica in sottofondo li accompagna.
Don Giovanni entra nel palazzo e tenta di sedurre Donn’Anna, interpretata da
una bravissima e raffinata Irene Ciani, mentre Sganarello a protezione
del proprio padrone sorveglia e con questi versi si esprime: “Notte e giorno
faticar Per chi nulla sa gradir; Piova o vento sopportar, Mangiar male e mal
dormir… Voglio far il gentiluomo, E non voglio più servir. Oh, che caro
galantuomo! Voi star dentro con la bella, Ed io far la sentinella!...Ma mi par
che venga gente… Non mi voglio far sentir”.
Si nasconde perché qualcuno ha
sentito le urla di Donn’Anna, è il Commendatore suo padre che accorre a
salvarla per difendere il suo onore e sfida a duello il seduttore, che lo
ferisce a morte; da qui si elevano i canti che danno inizio ad una commedia
musicale che accanto alle movenze leggiadre di Cirillo offrono allo spettatore
una versione completa dell’opera teatrale soprattutto quando viene intonato il
brano: “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart.
In questo
frangente si innesca il Don Giovanni del commediografo e drammaturgo francese
Jean-Baptiste Poquelin Molière che ci proietta nel secolo dei lumi quando
scrive una commedia in prosa in cinque atti rappresentata per la prima volta a
Parigi nel 1665 e in seguito riadattata più volte. Rappresentazione questa come
monito alla trasgressione della morale umana e divina. Entra in scena Donna
Elvira, moglie di Don Giovanni che sorpresa e sospettosa della sua improvvisa partenza,
lo raggiunge poiché convinta di una sua infedeltà; ma per Don Giovanni sposarsi
è l’inganno che attua per catturare le donne di ogni rango, grandi dame,
damigelle, borghesi, contadine. Sganarello, pur assistendo ai suoi misfatti gli
resta fedele, ma prima o poi l’ira funesta del cielo lo colpirà.
Don Giovanni
replica: “Ma come! Vorresti obbligare un uomo a restare legato per tutta la
vita alla prima donna che lo cattura, a rinunciare per lei al mondo, a non
avere più occhi per nessun altro? Bella cosa, volersi piccare di questo falso
onore della fedeltà, seppellirsi per sempre in una passione, e darsi per morto,
giovane ancora, a tutta la bellezza che può balenarci davanti agli occhi! No,
no, la costanza sta bene soltanto ai damerini da commedia: tutte le belle donne
hanno il diritto di affascinarci, e il vantaggio di essere stata incontrata per
prima non deve defraudare le altre delle giuste pretese che tutte devono poter
avere sul nostro cuore.
Quanto a me, la bellezza mi conquista dovunque la
trovo, e mai cedo tanto facilmente come alla dolce violenza con cui essa ci
trascina”. Elvira riesce a trovare il suo consorte, che ipocritamente sostiene di
sentirsi colpevole per averla sottratta al convento e di averla sposata sostenendo
che il Cielo gli è avverso e come un sommo giudice è pronto a colpirlo. Elvira
non crede al marito e giura vendetta. Uno dei temi ricorrenti in questa pièce è
il concetto del Cielo come una forza che non si può beffare e che dopo aver
concesso svariate possibilità punisce. Un teatro quello di Molière che diventa
civico e religioso e incarna il concetto di divinità dell’antica Grecia, un Dio
che è causa di intrighi che interviene a risolvere situazioni complicate.
Si
ritorna nel Giardino citato dal testo di Lorenzo Da Ponte e sul fondo del
palazzo illuminato vi sono, ai lati due padiglioni di due contadini, Zerlina e
Masetto promessi sposi, ma Don Giovanni è pronto a sedurre Zerlina circuendola;
ella prima diffidente cede alle lusinghe con l’idea di poter diventare un’agiata
signora poiché lui le promette di sposarla.
Riprendendo
nuovamente Molière, Don Giovanni è costretto a scappare, Sganarello gli propone
di travestirsi lui da medico e Don Giovanni da viaggiatore; in un dialogo surreale
emerge il carattere vile del servo, che racconta di aver abusato dell’abito
indossato per prescrivere medicine a caso a chi chiedeva il suo supporto.
Strada facendo Don Giovanni e Sganarello incontrano un povero mendicante, al
quale chiedono informazioni per giungere in città, in cambio l’uomo chiede l'elemosina,
Don Giovanni accetta, a patto che egli bestemmi, ma lui è saldo nella fede e preferisce
morire di fame, ma Don Giovanni, mosso da un’inaspettata compassione, gli dona
ugualmente un Luigi d’Oro.
Nel lungo
cammino per ritornare a casa Don Giovanni intravede tra gli alberi un superbo
edificio che si rivela essere la tomba del Commendatore da lui ucciso sei mesi
prima, una sua statua si trova nel Giardino, Don Giovanni beffandosi della
statua ordina al servo di invitarla a cena. Con grande sorpresa di Sganarello
la statua gli risponde chinando la testa a guisa di consenso. Don Giovanni scettico
invita lui stesso la statua che riaccetta nel medesimo modo, ma incredulo nega l’accaduto
con Sganarello. Rientrato a casa ordina che gli venga servita la cena, ma si
presenta alla porta un creditore che chiede di essere rimborsato, ma viene
ricevuto con grandi cerimonie e scuse per l’attesa di tre quarti d’ora
nell’atrio.
Ma Don Giovanni non è l’unico ad avere conti da pagare vi è anche Sganarello
che con un pretesto congeda il povero creditore. Ma un’altra visita viene annunciata
l’arrivo del padre di Don Giovanni, Don Luigi, interpretato da un poliedrico Rosario
Giglio, giunto sin lì per rimproverare il figlio per la vita sregolata che
conduce. Don Luigi ricorda come abbia a lungo desiderato e pregato il cielo per
avere un figlio, che adesso è motivo di vergogna e di dolore e alle parole
sarcastiche del figlio va via, ma non appena si congeda, Don Giovanni mostra
tutta la sua contrarietà. Dopo la visita del padre Don Giovanni sembra redento
suscitando commozione in Sganarello, il quale viene subito smentito dal suo
padrone, che lo lascia basito asserendo che l’ipocrisia è una maschera per
ingannare il mondo, ed elogia l’ipocrisia. Prima di potersi sedere per la cena
giunge la notizia che una signora velata desidera parlargli, è Donn’Elvira.
Ella, non più carica di astio lo supplica, in nome dei sentimenti che provò per
lui, di redimersi salvandosi dall’ira celeste, annunciando che si ritirerà a
vita solitaria nonostante che lui preso da un nuovo sentimento misto a una
struggente malinconia, la esorta a restare.
La cena
viene finalmente servita, ma prima che Don Giovanni e Sganarello possano
iniziare a mangiare, vengono interrotti da una ulteriore visita colui che
ironicamente avevano invitato a cena, ossia la statua del Commendatore. La
statua che va dai vivi rispecchia il rito dei morti, rappresenta colui che
punisce, l’ospite inatteso invita a sua volta Don Giovanni a venire alla sua
cena, la sera successiva, chiedendogli se ne avrà il coraggio. Don Giovanni accetta
la sfida sicuro di sé e sicuro di essere padrone del suo stesso destino portandosi
Sganarello sgomento. Un fantasma rievoca ferite profonde, il cielo non dà scampo.
La statua proclama che il perseverare nel peccato comporta una morte funesta.
La battuta finale della pièce è affidata ad un irriverente Sganarello, che di
fronte al castigo del padrone non fa altro che reclamare la sua paga.
Un Don
Giovanni cangiante quello di Cirillo, che porta sulla scena il suo bagaglio di
conoscenze accanto al suo stesso personaggio ormai entrato nella memoria
collettiva che lo identifica con movenze sinuose e leggiadre, tuttavia in
questa opera il personaggio Arturo Cirillo trasborda in un narcisismo a
dismisura portando sulla scena a tratti un Don Giovanni altero e sprezzante in
contrasto con il pensiero di Molière che prendeva in giro i boriosi, i vanitosi
e i saccenti.
La
compagnia formata da bravissimi attori hanno ben interpretato i vari
personaggi, alcuni di loro hanno recitato più ruoli dimostrando capacità di
trasformazione e bravura nel cambiare pelle con disinvoltura, bravissima Irene
Ciani che ha interpreta Donn’Anna e Zelina, un valente Rosario Giglio
ha dato grande prova attoriale interpretando con maestria diversi personaggi (Don
Luigi, Commendatore, Signor Quaresima) bravissimo e disinvolto anche Francesco
Petruzzelli che ha interpretato (Don Ottavio, Masetto, un povero Ragotino,
lacchè di Don Giovanni), una brava e straordinaria Giulia Trippetta ha interpretato
Donna Elvira. Insomma, una compagnia coesa che ha saputo evidenziare
minuziosamente i ritmi recitativi dei vari copioni del Don Giovanni.
La
contaminazione dei registri dal comico al drammatico e l’utilizzo di versi e
prosa, hanno reso la drammaturgia e i suoi personaggi singolari e caratterizzanti,
ottime le musiche di Mario Autore che hanno fatto da corollario, insieme
alle luci di Paolo Manti, ad un’atmosfera onirica e surreale.
Nei
saluti finali la compagnia è stata omaggiata da grossi applausi del pubblico,
mentre Arturo Cirillo smessi i panni di Don Giovanni volteggiava col suo
perenne personaggio: Arturo Cirillo senza però adombrare una compagnia
teatrale d’eccezione.
DON GIOVANNI, con Arturo Cirillo, adattamento e regia di Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo,
Irene Ciani, Rosario Giglio,
Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
Scene di: Dario Gessati
Costumi di: Gianluca Falaschi
Luci di: Paolo Manti
Musiche di: Mario Autore
Assistente alla regia: Mario
Scandale
Regista assistente: Roberto Capasso
Assistente scenografo: Stefano Pes
Costumista collaboratrice: Anna Missaglia
Produzione: MARCHE TEATRO - Teatro
di Napoli – Teatro Nazionale - Teatro Nazionale di Genova –Emilia Romagna
Teatro ERT - Teatro Nazionale
Le prime sei foto sono di Tommaso Le Pera
Le altre foto sono di Silvia Tondelli
©
RIPRODUZIONE RISERVATA
lery














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